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SCUOLA/ Perché numeri e classifiche premiano il metodo di don Giussani?

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No. Non solo non è così per gli studenti, ma nemmeno per chi vi insegna. Poi le contesto la formula "ispirazione religiosa": non siamo una scuola confessionale, bensì laica. Prenda me: mi laureai nell'85, non ero di Cl, venivo da una breve ma intensa docenza in una scuola media del Cairo. Venni a sapere che cercavano un docente di latino e greco per una scuola nata da poco, un anno appena. Mi fecero il colloquio il preside e già grande linguista, Eddo Rigotti, poi fondatore e decano di Scienze della comunicazione nell'Università della Svizzera italiana di Lugano, e il rettore fresco di nomina, don Giorgio Pontiggia. Fui "intervistato" per ultimo dopo una ventina di candidati tutti di provato pedigree ciellino: scelsero me. 

In che modo un testo come quello che ha citato, Il rischio educativo, ispira il lavoro di una scuola?
Il pensiero di Giussani è molto diverso da altri pensieri sull'educazione, quello di M. Montessori per esempio, e non solo per ragioni teoretiche, ma anche metodologiche, perché si tratta di una prassi o, meglio, di un'azione che nasce da un orientamento esistenziale e teologico e che poi, riflettendo su di sé, si formalizza in dottrina. Non lo dico io, l'ha detto un autorevole pedagogista come Giorgio Chiosso. Far riferimento al modello teorico del Rischio educativo è anzitutto una vita, non un lavoro di tipo deduttivo e applicativo. Al suo centro sta la cura della ragione e il suo solido rapporto con l'esperienza.

Cosa vorrebbe dire "cura della ragione"?
Vuol dire sollecitudine per la ragione non ristretta da schemi pregiudiziali, aperta alla totalità del reale, al mistero dell'uomo, cioè all'uomo come domanda di senso. Con una ragione così intesa va di pari passo un'idea nuova di esperienza, di verifica, di criticità, nuova perché anch'esse non ridotte. Esperienza non è empirìa, ossia mera pratica vissuta, verifica non si riduce al compito in classe, criticità non è il dubbio. "Critica" vuol dire andare a vedere come stanno le cose e appurare le prove che documentano qualcosa che è, qualcosa di certo. Forse pochi educatori, oggi, sanno che la parola "certezza" viene dalla stessa radice della parola "critica".

E questo cosa comporta?
La realtà viene prima, e la si assume come positiva ipotesi di lavoro da cui muovere per proporla nell'itinerario didattico. Purché sia in effetti un lavoro fatto con lealtà, senza preconcetti, a tutto campo. Educare è per tutti, insegnanti e discenti, un riscoprire e riconquistare i significati originari delle parole, delle cose, delle immagini, dei suoni. Tutto questo crea un metodo o, se si vuole, una mentalità conoscitiva curiosa e fiduciosa, e rende il docente e lo studente liberi di guardare a qualunque oggetto.

Non c'è il rischio che un'ispirazione come la vostra dia luogo a una riserva indiana, un'isola più o meno felice fuori dal mondo?
Le ricordo che stiamo ragionando a partire da una classifica realizzata da una Fondazione laica… Sono i risultati che contano. Comunque, non intendo sottrarmi alla sua domanda. L'unica isola felice che ho visto — felice per modo di dire — era la classe del "Berchet" cui insegnavo latino e greco prima di tornare da preside al "Sacro Cuore". Era composta da alunni in maggioranza provenienti dalla buona borghesia laica di Milano, col portafogli molto più gonfio di quelli che normalmente entrano nelle aule scolastiche sia del "don Gnocchi" sia del "Sacro Cuore". Con portafogli più gonfi, ma già sazi e con un programma di vita bell'e fatto. Sto naturalmente parlando del clima prevalente, della normalità.

Tutto nella massima apertura, insomma.



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COMMENTI
12/12/2014 - Scuola-azienda, studente-prodotto (Valentina Timillero)

Il professor Montecchi si faccia candidare da qualcuno e vada a fare il ministro. Non adesso, magari tra una decina d'anni, quando le milizie sindacali si saranno estinte per cause naturali e la scuola statale sarà in un tale sfacelo che nessuna ricetta fin qui applicata (concorsi pubblici, sanatorie, sanatorie, concorsi, ricorsi, legislazione opprimente, stipendi da fame) sarà più proponibile perché il dio centralismo avrà completamente fallito, senza appello.

 
12/12/2014 - Viva la ragione, attenti alla statistica! (loredana colombo)

Pur condividendo in grandissima parte quanto sostenuto nell'intervista e nell'articolo di G. Zen precedentemente pubblicato, non posso non manifestare tutta la mia sorpresa notando in quale irrazionale considerazione venga tenuta la ricerca della fondazione Agnelli. Vi propongo un esperimento: chiediamo agli esimi statistici di confrontare i risultati del primo anno di università con il "parco automobili" delle famiglie degli studenti. Io sono pronta a scommettere che rileverebbero un significativo divario tra i fortunati possessori di BMW e quelli di Fiat Panda. Vorremmo forse sostenere che sia l'auto a migliorare l'apprendimento? E'ovvio che la scuola superiore incida sui risultati universitari (insegno da trent'anni), ma come si misurano i buoni risultati, o il valore aggiunto, di una scuola? Non ha alcun senso effettuare un salto logico e usare questi dati per stilare una graduatoria di "buone" scuole. Cos'è una buona scuola? Come calcoliamo il valore aggiunto di una scuola che porta i suoi alunni ad un diploma tecnico o professionale e li segue nella ricerca del lavoro, avendo una percentuale di studenti stranieri, con molti neoarrivati, che supera il 25%? E dove il 30% dei genitori non ha lavoro? Ma pochissimi di questi studenti avranno ottimi voti al primo anno di università, anche perché capita che gli studenti migliori non vadano proprio all'università, ma vengano richiesti dalle aziende e trovino, incredibilmente, subito un buon lavoro. Potrei farvi i nomi!

 
12/12/2014 - Non solo Lombardia (Enrico Assorati)

Amici, alzate gli occhi dal vostro circondario. Anche a Rimini la scuola di gran lunga migliore nasce dal carisma di don Giussani, attraverso don Giancarlo Ugolini e Lella Zanotti. E nel resto d'Italia?