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SCUOLA/ Perché numeri e classifiche premiano il metodo di don Giussani?

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Le dirò di più: "don Gnocchi" e "Sacro Cuore" occupano posizioni di vertice benché accolgano giovani che in altre scuole sono considerati scarti, dropout (come si dice in slang un po' volgare e pure offensivo). La verità è un'altra: sono giovani deboli perché demotivati, annoiati di un non-metodo che andrebbe, questo sì, messo sul banco degli imputati per i danni che produce: ti do il grezzo e tu me lo restituisci lavorato. Come mai da un'altra parte si rivelano spesso e volentieri teste formidabili?

Merito vostro dunque…
Un po' sì, evidentemente. Ma rispondo con un esempio che ancor oggi mi colpisce: un giovane che l'estate scorsa ha avuto 100 alla maturità, e che aveva frequentato il IV anno in Gran Bretagna col massimo dei voti perfino in latino e letteratura inglese, si trasferì al "Sacro Cuore" nel dicembre del I anno in condizioni umanamente pietose, disgustato e abulico, e contro il parere del padre che mai e poi mai avrebbe mandato il figlio in una scuola "privata". Veniva da una delle scuole statali più blasonate di Milano, di cui ovviamente taccio il nome, dove non trovava gusto nelle lezioni né motivo allo studio. Accolto da noi, ritrovò presto l'entusiasmo perduto. Non è un caso unico e neanche raro, specie al "don Gnocchi"; certo, casi come questo nelle classifiche non si vedono rappresentati.

Tutte le paritarie di ispirazione cattolica si vantano di realizzare quello che ogni scuola dovrebbe essere, un patto educativo tra scuola e famiglia. Ma è davvero così?
La scuola è un'azienda. Mi ha sentito bene: è un'azienda, sia pure un'azienda strana, che però deve quadrare i conti economici. È strana perché c'è un soggetto erogatore del servizio — pubblica amministrazione, fondazione, cooperativa… —; il servizio non è di consumo o beneficio immediato, ma concerne l'essere umano stesso in crescita; e i processi produttivi sono per forza legati a due tipi di customer: l'uno è lo studente, l'altro la sua famiglia. Ma il fattore distintivo, a ben vedere, è un altro: il "prodotto" — che è il giovane "istruito" — va a termine ben oltre la durata del curricolo, cioè all'università e sul lavoro, giacché è in quei contesti che se ne verifica la matura preparazione. È una cosa quasi ovvia, quella che dico, ma la si trascura sempre: o perché si nega — sbagliando — che la scuola sia un'azienda o perché si parla di azienda senza coglierne la peculiarità.

Come ministro dell'Istruzione non sarebbe molto popolare, lo sa?
Ci ho riflettuto a lungo. C'è un dato imprenditoriale che non si può negare: ho preso parte alla nascita del "Sacro Cuore" e ora sono testimone della forte carica d'impresa che vedo qui al "don Gnocchi". L'atto di fondazione di una scuola paritaria non è ovvio, non è pacifico, dipende da una decisione (di privati) che comporta dei rischi. Se lo Stato decide di aprire una scuola lo fa rispondendo a un bisogno sociale territoriale. Qui invece il bisogno non è solo sociale, ma anche culturale, identitario, comunitario: è l'esigenza di trasmettere con la maggior chiarezza una visione del mondo e della vita. C'è poi un aspetto anche commerciale: devi vendere un prodotto. 

Dall'azienda al prodotto… è sorprendente. Vada avanti.



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COMMENTI
12/12/2014 - Scuola-azienda, studente-prodotto (Valentina Timillero)

Il professor Montecchi si faccia candidare da qualcuno e vada a fare il ministro. Non adesso, magari tra una decina d'anni, quando le milizie sindacali si saranno estinte per cause naturali e la scuola statale sarà in un tale sfacelo che nessuna ricetta fin qui applicata (concorsi pubblici, sanatorie, sanatorie, concorsi, ricorsi, legislazione opprimente, stipendi da fame) sarà più proponibile perché il dio centralismo avrà completamente fallito, senza appello.

 
12/12/2014 - Viva la ragione, attenti alla statistica! (loredana colombo)

Pur condividendo in grandissima parte quanto sostenuto nell'intervista e nell'articolo di G. Zen precedentemente pubblicato, non posso non manifestare tutta la mia sorpresa notando in quale irrazionale considerazione venga tenuta la ricerca della fondazione Agnelli. Vi propongo un esperimento: chiediamo agli esimi statistici di confrontare i risultati del primo anno di università con il "parco automobili" delle famiglie degli studenti. Io sono pronta a scommettere che rileverebbero un significativo divario tra i fortunati possessori di BMW e quelli di Fiat Panda. Vorremmo forse sostenere che sia l'auto a migliorare l'apprendimento? E'ovvio che la scuola superiore incida sui risultati universitari (insegno da trent'anni), ma come si misurano i buoni risultati, o il valore aggiunto, di una scuola? Non ha alcun senso effettuare un salto logico e usare questi dati per stilare una graduatoria di "buone" scuole. Cos'è una buona scuola? Come calcoliamo il valore aggiunto di una scuola che porta i suoi alunni ad un diploma tecnico o professionale e li segue nella ricerca del lavoro, avendo una percentuale di studenti stranieri, con molti neoarrivati, che supera il 25%? E dove il 30% dei genitori non ha lavoro? Ma pochissimi di questi studenti avranno ottimi voti al primo anno di università, anche perché capita che gli studenti migliori non vadano proprio all'università, ma vengano richiesti dalle aziende e trovino, incredibilmente, subito un buon lavoro. Potrei farvi i nomi!

 
12/12/2014 - Non solo Lombardia (Enrico Assorati)

Amici, alzate gli occhi dal vostro circondario. Anche a Rimini la scuola di gran lunga migliore nasce dal carisma di don Giussani, attraverso don Giancarlo Ugolini e Lella Zanotti. E nel resto d'Italia?