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SCUOLA/ Perché numeri e classifiche premiano il metodo di don Giussani?

Pubblicazione:venerdì 12 dicembre 2014 - Ultimo aggiornamento:venerdì 12 dicembre 2014, 17.23

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La risposta è difficile o, meglio, è difficile significarla. Negli anni Ottanta al "Berchet" (che pure oggi si colloca in alto nella graduatoria della Fondazione Agnelli), avevo una quota di genitori laureati statisticamente pari o superiore a quella che ho visto in anni seguenti sia al "Sacro Cuore" sia al "don Gnocchi". Vorrei sfatare il mito dei soldi o della scolarizzazione, che pur contano. L'affezione e la gratitudine a una realtà affidabile, che ha fatto del bene a tanti giovani, conta molto di più del titolo di studio.

Le capita di dire a un giovane che quella che sta facendo non è la scuola per lui? 
Certo. E lo faceva anche il mio predecessore, il professor Viganò. Siamo un'azienda, ma occorre anche quadrare e armonizzare il bilancio con la responsabilità educativa. Quando vedo che un giovane non è nel posto giusto per lui, o perché ha sbagliato indirizzo o perché sono subentrati problemi o perché l'ambiente gli risulta impossibile, l'aiutarlo a trovare altrove la sua strada è un dovere mio e dei colleghi. Non prima, però, di aver fatto di tutto per sostenerne la fatica, metterlo in grado di capire ciò che gli è ostico, ricuperarlo al lavoro in classe, al fine di farlo camminare con le sue gambe e a testa alta.

(Federico Ferraù)



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COMMENTI
12/12/2014 - Scuola-azienda, studente-prodotto (Valentina Timillero)

Il professor Montecchi si faccia candidare da qualcuno e vada a fare il ministro. Non adesso, magari tra una decina d'anni, quando le milizie sindacali si saranno estinte per cause naturali e la scuola statale sarà in un tale sfacelo che nessuna ricetta fin qui applicata (concorsi pubblici, sanatorie, sanatorie, concorsi, ricorsi, legislazione opprimente, stipendi da fame) sarà più proponibile perché il dio centralismo avrà completamente fallito, senza appello.

 
12/12/2014 - Viva la ragione, attenti alla statistica! (loredana colombo)

Pur condividendo in grandissima parte quanto sostenuto nell'intervista e nell'articolo di G. Zen precedentemente pubblicato, non posso non manifestare tutta la mia sorpresa notando in quale irrazionale considerazione venga tenuta la ricerca della fondazione Agnelli. Vi propongo un esperimento: chiediamo agli esimi statistici di confrontare i risultati del primo anno di università con il "parco automobili" delle famiglie degli studenti. Io sono pronta a scommettere che rileverebbero un significativo divario tra i fortunati possessori di BMW e quelli di Fiat Panda. Vorremmo forse sostenere che sia l'auto a migliorare l'apprendimento? E'ovvio che la scuola superiore incida sui risultati universitari (insegno da trent'anni), ma come si misurano i buoni risultati, o il valore aggiunto, di una scuola? Non ha alcun senso effettuare un salto logico e usare questi dati per stilare una graduatoria di "buone" scuole. Cos'è una buona scuola? Come calcoliamo il valore aggiunto di una scuola che porta i suoi alunni ad un diploma tecnico o professionale e li segue nella ricerca del lavoro, avendo una percentuale di studenti stranieri, con molti neoarrivati, che supera il 25%? E dove il 30% dei genitori non ha lavoro? Ma pochissimi di questi studenti avranno ottimi voti al primo anno di università, anche perché capita che gli studenti migliori non vadano proprio all'università, ma vengano richiesti dalle aziende e trovino, incredibilmente, subito un buon lavoro. Potrei farvi i nomi!

 
12/12/2014 - Non solo Lombardia (Enrico Assorati)

Amici, alzate gli occhi dal vostro circondario. Anche a Rimini la scuola di gran lunga migliore nasce dal carisma di don Giussani, attraverso don Giancarlo Ugolini e Lella Zanotti. E nel resto d'Italia?