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SCUOLA/ Solo l'autonomia può creare "scuole di successo"

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Lettori nella biblioteca di Holland House, Londra, 1940 (Immagine dal web)  Lettori nella biblioteca di Holland House, Londra, 1940 (Immagine dal web)

Un mio collega che ha mandato quattro figli a scuola al Sacro Cuore, e ne è stato pienamente soddisfatto, ha calcolato che avrebbe potuto comperarsi una seconda casa al mare. Considera questi come soldi ben spesi e un ottimo investimento, ma resta il fatto che se avesse fatto il bidello, questo investimento non se lo sarebbe potuto permettere: né avrebbe potuto contare su di una scuola statale con determinate caratteristiche (non migliore o peggiore, semplicemente "scelta liberamente in base a caratteristiche note" (e potrei aggiungere "certe": i trasferimenti si aggirano intorno al 20%). E in questo sta la profonda ingiustizia della scuola italiana, che penalizza tutte le scuole, non solo quelle paritarie. 

Quanto all'obiettivo del rapporto, che è dichiaratamente quello di aiutare i ragazzi e le loro famiglie a scegliere, pur apprezzando qualsiasi informazione aggiuntiva rispetto alle poche esistenti, mi resta una perplessità. Non sarà possibile che tutti scelgano le prime venti scuole: qualcuno finirà nel liceo scientifico che si è classificato al 1304esimo posto. E allora? Che fa, si presenta davanti a Trastevere con striscioni "no liceo"? Un sistema di valutazione deve prevedere delle soluzioni per le scuole definite con  un eufemismo "non performanti", cioè cattive. Se sono scuole private, vengono chiuse perché non ci andrà nessuno; se sono insegnanti privati, vengono licenziati, altrimenti le famiglie non manderanno i figli in quella scuola. E' il mercato, bellezza! Ma anche nel sistema statale queste scuole, semplicemente, non devono esistere, così come non devono esistere i cattivi insegnanti, ed è compito dei decisori politici trovare una soluzione al problema. 

Un'ultima osservazione sui criteri adottati dalla Fondazione Agnelli per elaborare le sue classifiche, ampiamente illustrati nelle premesse metodologiche al rapporto. 

Dato l'obiettivo, sono ammirevolmente chiari; per chi guardi con occhio più critico, si dovrebbe però tenere conto di altri elementi, per esempio approfondendo le circostanze di contorno (status delle famiglie, livello culturale del territorio, caratteristiche dell'offerta di formazione superiore e del mercato del lavoro, che incentiva o meno il proseguimento) e degli andamenti della dispersione: se l'analisi della riuscita si fa sui diplomati, altro è che siano arrivati in quinta tutti gli iscritti in prima, altro che ne sia arrivato uno su tre, come accade in molte scuole milanesi. 

Critiche a parte, io mi auguro che questa analisi arrivi a coprire tutto il territorio nazionale, magari arricchendosi di ulteriori indicatori, e mi auguro anche che la buona posizione in classifica delle scuole paritarie induca a qualche ripensamento sulla sistematica penalizzazione che subiscono dopo le speranze suscitate ormai quindici anni fa dalla legge 62/2000.



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