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SCUOLA/ Solo l'autonomia può creare "scuole di successo"

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Lettori nella biblioteca di Holland House, Londra, 1940 (Immagine dal web)  Lettori nella biblioteca di Holland House, Londra, 1940 (Immagine dal web)

La recente pubblicazione dell'eduscopio elaborato dalla Fondazione Agnelli per stilare una classifica delle scuole secondarie superiori in alcune regioni italiane ha riportato al centro dell'attenzione un quesito non secondario: che cosa fa di una scuola una scuola di successo? Se lo chiedono da anni le organizzazioni internazionali, gli studiosi, le famiglie, perché è evidente che se fossero noti gli elementi per cui una scuola è di successo, intendendo per "successo" che mantiene gli impegni presi con gli studenti, le famiglie, la comunità civile e — nel caso italiano — lo stato che la finanzia, basterebbe riprodurre le condizioni per risolvere il problema delle "cattive" scuole. 

Ora, la definizione che ho dato di "scuola di successo" non è affatto scontata, e nemmeno condivisa: la grande passione delle famiglie e dei media per le classifiche delle scuole non tiene in conto tutti i correttivi apportati, ma solo i valori assoluti. Se un liceo porta alla maturità i suoi ragazzi con un voto medio di 97, è migliore del liceo che li porta con un voto medio di 87, e non importa che il primo riceva studenti con un rendimento atteso, date le loro condizioni socio economiche e il contesto abitativo, di 95 (quindi con un valore aggiunto di soli due punti) e il secondo riceva studenti con un rendimento atteso di 77, quindi con un valore aggiunto di dieci punti. Il primo è migliore, punto e basta.

Queste considerazioni sono schematiche e non rigorose: tra l'altro il calcolo dell'effetto scuola sugli esiti finali degli studenti in termini di apprendimento è tutt'altro che semplice. La lettura delle classifiche e delle considerazioni dell'attuale rettore del Liceo don Gnocchi di Carate Brianza, fino a pochi mesi fa preside del Sacro Cuore, liceo paritario milanese primo fra i classici e secondo fra gli scientifici, una performance davvero notevole dato che nessuna scuola secondaria statale deve impegnarsi su due indirizzi diversi, mi induce a mettere in rilievo che le aspettative delle famiglie non sono esclusivamente concentrate sulla riuscita. Montecchi sottolinea a più riprese la derivazione del modello della sua scuola dal "Rischio educativo" di don Luigi Giussani, che ha creato il metodo a cui si ispira, oltre al sacro Cuore, anche il don Gnocchi, classificatosi primo fra le scuole paritarie, e nel confronto con le statali sedicesimo su 648 licei classici e 24esimo su 1034 licei scientifici. Questo significa che le due scuole sono, come direbbero i miei colleghi sociologi, espressioni di comunità funzionali, rappresentano cioè situazioni in cui l'intero corpo docente condivide il progetto educativo (di qui l'insistenza di Montecchi sulla possibilità di scegliere i docenti, accompagnando alla qualità scientifica la motivazione ad insegnare; l'una e l'altra, da sole, non bastano). 

Il preside però trascura un elemento che considero fondamentale, e cioè che anche molta parte delle famiglie condivide, o quanto meno apprezza, la proposta educativa di queste scuole, e lo stesso avviene per i ragazzi più grandi.



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