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SCUOLA/ Dal modello-bancomat all'offerta gratuita, chi ci crede più?

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La scarsa credibilità della scuola e della formazione da essa assicurata può essere indagata anche attraverso altre vie, oltre a quelle socio-politiche: per esempio osservando la diffusa opinione che alla scuola non competano compiti "educativi" se non in misura molto soft e che l'"educazione" sia un surplus — magari anche apprezzabile — che spetta alla famiglia la quale però, spesse volte, sarebbe lietissima di delegarla agli insegnanti. 

Per timore di violare l'autonomia dei singoli, per un malinteso senso dell'autorità concepita come intromissione nella vita altrui (e non come l'autorevolezza di chi, in quanto più esperto, può aiutare a crescere) e per una diffusa indifferenza — nella quale non e difficile intravedere qualche traccia nichilista — accade così che l'opinione pubblica si interroghi sull'educazione soltanto in occasione di fatti di cronaca particolarmente drammatici quando tutti si chiedono allarmati "dov'erano gli educatori". 

Ma la scuola deve per forza "servire" a qualcosa? Mi chiedo se non sia giunto il momento di ribaltare il nostro modo di ragionare. Perché non sostituire all'immagine del bancomat — la scuola come erogatrice di qualcosa che deve "praticamente servire" centrata sull'ossessione della certificazione delle competenze — l'immagine, invece, di una offerta gratuita che rende praticabili esperienze che non sarebbero possibili altrove, per scoprire capacità nascoste, imparare cose nuove, oltrepassare la socializzazione anonima di Internet, incontrare persone che ci accompagnano per un tratto di strada durante il quale diventiamo diversi da come eravamo all'inizio del cammino? 

E allora vale la pena cominciare a centrare la ricchezza della scuola sulle sue dimensioni anche e forse soprattutto "immateriali" come luogo nel quale sono depositate risorse diverse che — come scrive Andrea Bajani nel piccolo e utile libretto polemicamente intitolato proprio La scuola non serve a niente — possono consentire di "fare uscire i ragazzi dalla scuola con la capacità di immaginare un mondo diverso da quello consegnato loro e non solo bravi a inserirsi dentro caselle già disegnate". 

Se proprio vogliamo ancora pensare a una scuola che, a tutti i costi, deve servire a qualcosa possiamo pensare che sia capace di liberarsi e liberarci dall'illusione che gli strumenti info-telematici ci assicurino la felicità. Non per negare queste realtà, ma per "andare oltre" e aiutare gli allievi a riflettere e ragionare con la propria testa, a fargli scoprire la bellezza, a fargli sperimentare che qualcuno di occupa di loro. 



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COMMENTI
15/12/2014 - Prima si studia il campo, poi si ipotizza la via (enrico maranzana)

Non “Una scuola centrata sull’ossessione della certificazione delle competenze” ma “una scuola che rende praticabili esperienze che non sarebbero possibili altrove, per scoprire capacità nascoste”. Non si tratta di un auspicio: è la riformulazione del pensiero del legislatore [53/2003 - 275/99]. Perché nessuno valorizza gli indirizzi elaborati dal parlamento e identifica gli ostacoli eretti per evitare l’ammodernamento del servizio? Il documento governativo, oggi in discussione, ricalca l’ordinario procedere, come discusso in “La buona scuola: una composizione infarcita d’errori” visibile in rete. La scelta di un punto di vista inadeguato è all’origine dello stallo.