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SCUOLA/ Compiti a casa, qual è il loro "compito"?

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Sono particolarmente grata al prezioso articolo di Flavia Foradini su Il Sole 24 Ore del 12 dicembre scorso nel quale argomenta in modo lucido una risposta competente alla dichiarazione del ministro Giannini che lo stesso 12 dicembre, a margine del Consiglio europeo su Educazione e giovani, aveva commentato il dato Ocse sul tempo che gli studenti italiani trascorrono a svolgere i compiti a casa: circa 9 ore a settimana, eccessivo rispetto alla media degli altri paesi e, secondo il ministro, segno di un'antiquata didattica frontale.

Vorrei qui offrire qualche ulteriore considerazione. I numeri, le medie, la statistica in generale, bisogna saperla interrogare. Altrimenti potremo far dire ai numeri tutto e il contrario di tutto. Di che si tratta? Il campione Ocse è composto da studenti 15enni ed è scelto secondo parametri di un'indagine che è molto più complessa di quella che si pretende di far credere. Un criterio adeguato per la lettura e la comprensione dei dati è certamente quello di non scorporarli, cioè di rispettarne la correlazione, secondo i parametri che configurano il campione. Ad esempio, come giustamente notava Foradini, il background socioeconomico e culturale (indice Esc) degli studenti è un dato che non va dimenticato nella misura in cui può incidere sull'efficacia dello studio a casa. Perché non è solo una questione di quantità di tempo, ma di qualità. In tal senso, i risultati di queste indagini dovrebbero essere utili a suggerire piste di approfondimento di una conoscenza di realtà sempre più complesse e variegate, piuttosto che per censurare la realtà dietro numeri che solo in apparenza ci offrono ''idee chiare e distinte''.

Devono intervenire domande più profonde, quelle di chi a scuola ci lavora, dettate e destate dal  primato dell'esperienza. Ad esempio, anche ammettendo questa enormità di tempo — 9 ore a settimana (!) — dedicato ai compiti a casa da uno studente-tipo italiano di anni 15, come può questo dato essere letto come segno di una didattica frontale? Forse che altri tipi di didattica non implicano i compiti a casa? Come ben sottolinea Foradini, ci sono compiti e compiti, proprio perché discendenti dal percorso scolastico e dall'approccio didattico-educativo.

Dunque, se una riflessione si deve fare sui dati, sarebbe bene farla con i professionisti della scuola: associazioni di insegnanti, dirigenti, genitori, studenti, desiderosi di essere co-partecipi delle decisioni che riguarderanno la scuola. 

Se la lettura del dato deve portare ad una seria riflessione sulla didattica, di didattica si deve parlare. Allora può essere utile a chi amministra con lo stile "del buon padre di famiglia" considerare le esperienze buone e virtuose della didattica, già in atto nel nostro paese, che documentano dal di dentro di un'avventura educativa pienamente vissuta una creatività appassionata, efficace e intelligente. Così come si deve parlare della formazione insegnanti e fare un bilancio dell'efficacia o inefficacia di quanto fatto finora.



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COMMENTI
20/12/2014 - assenza inspiegabile (sergio bianchini)

In tutto il dibattito sui compiti a casa c'è un'assenza inspiegabile: nessuno fa riferimento alla quantità delle lezioni. I compiti a casa sono il rimorchio utile ed indispensabile delle lezioni. Da noi le lezioni sono 1000 ore per anno mentre il curricolo medio europeo è di 800. I paesi con risultati migliori viaggiano sulle 700 ore. E' evidente che adeguando il curricolo alla media europea anche il lavoro a casa sarebbe ridotto automaticamente. Una discussione privata di questa relazione è assolutamente monca e spesso in mala fede nel senso che ancora una volta tende ad aumentare il tempo scuola, con la scusa di ridurre il carico a casa del "povero alunno". Siamo messi male! Mi sembra di vedere dei medici che rifiutandosi di fermare l'emorragia evidente del ricoverato discutono di quale sia la vitamina giusta per ridargli il colore. Che ingenuità per gli onesti. Che vergogna per gli altri.