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SCUOLA/ Quelle "strane" giornate, a metà tra Giano bifronte e il Lucifero dantesco

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Trovo, in sala docenti, un collega fregato dalla riforma Fornero. "Sai", mormora mentre mastica un pezzo di pandoro, "ho fatto domanda, chissà che sia la volta buona!" Speriamo. In particolar modo lo sperano i precari che faticano a prendere confidenza con i colleghi più anziani, tra i quali figuro pure io. Quando ho passato il segno? Saluto Pietro, supplente di lettere. È passato al Tfa, ha uno spezzone di poche ore da noi, e una fidanzata disoccupata. Hanno tutti e due 26 anni. Se va bene, mi dice tra gli auguri e le strette di mano, la speranza è di iniziare a prendere supplenze annuali, così da potersi sposare. "Il mutuo?", mi fa, mentre già mi mordo la lingua, per la domanda inopportuna, "No, figurati, per quello c'è tempo… Intanto in affitto, poi si vedrà".

L'ultimo giorno di scuola è diverso anche per questo: tra noi insegnanti non siamo abituati a socializzazioni così prolungate: viviamo il pieno della nostra giornata lavorativa in aula, con i ragazzi. Con i colleghi in realtà ti incroci nei corridoi, scambi due parole durante le ricreazioni, sempre che tu non debba fare fotocopie, compilare registri, ricevere genitori fuori orario, sorvegliare cortili. Oggi invece siamo tutti assieme, e si vede che non siamo così abituati. Ti sfila a fianco un collega, di fretta: "Ci facciamo gli auguri dopo?" sorride, scomparendo fuori dalla porta. "Sì sì, dopo", menti anche tu. Difficile salutare tutti: arrivato a casa, mi verrà in mente che non sono riuscito a fare gli auguri a più di qualcuno. Spero non se la prendano.

In fin dei conti, con il frastuono delle casse giù in cortile che mandano musica da discoteca e la testa pesante per il bicchiere di prosecco a stomaco vuoto, mi rendo conto di quanto queste giornate, apparentemente così diverse dalla nostra quotidianità, siano, forse, paradigmatiche.

L'insegnamento è, prima di ogni altra cosa, complesso: tante sono le dimensioni da tenere insieme in ogni istante, dalla progettualità alla relazione, dalla burocrazia alla pedagogia; non so se sia possibile per altre professioni, di certo credo che un insegnante abbia sempre, di fronte a sé, la consapevolezza della sua insufficienza, proprio perché diverse tra loro sono le competenze richieste ai docenti, talvolta tra loro antitetiche, forse impossibili da attuare all'interno di una stessa ora di lezione.

Complesso perché, nostra benedizione e nostra condanna, dobbiamo entrare ogni anno in aule diverse, tessere rapporti con classi nuove, raccogliere sfide, supportare problemi, stimolare eccellenze. I più esperti conoscono le tecniche, sanno intuire alcuni schemi che possono ripetersi, in certi casi giocano di mestiere. Ma non è mai la stessa cosa, e l'imprevisto, l'incidente, è sempre dietro l'angolo, e tutti, alla fine, abbiamo comunque il fiatone. 



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COMMENTI
25/12/2014 - Buon Natale a Paolo Malaguti (Roberto Graziotto)

Una sensibilità belle e profonda questa di Paolo Malaguti, che parla di quella "quadratura del cerchio" che è il nostro lavoro di insegnanti. La cosa che più mi ha colpito in queste righe è l'arte del lasciar andare (in riferimento agli ex allievi). Un alternativa a ciò sarebbe un'amicizia che continua, ma anche questa in fondo vive del mistero della "distanza", del "lasciar andare". Grazie, Paolo.