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SCUOLA/ Cosa fare se i "Promessi sposi" diventano "promessi conviventi"?

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Come si presenta il male nella vita dei protagonisti? A me pare che una parola chiave nel romanzo sia l'accidente (ciò che accade), quello che fece diventare realtà la "fantasia" di Lodovico di andare frate (cap. 4), e in negativo la svolta sulla stradicciola di don Abbondio, dopo la quale l'equilibrio da lui testardamente costruito si spezzò: la storia personale o collettiva presenta delle circostanze impreviste, spesso negative, che non sono eliminate dai progetti di miglioramento del mondo e richiedono altre aperture e un'altra risposta da parte di chi le vive. Tutti i personaggi devono fare i conti, prima o poi, con un accidente che si mette di traverso, che li cambia, che li conduce altrove, dove non avrebbero pensato di andare, e li trasforma in modo misterioso ma reale. Un rapporto provvisorio come la convivenza invece resta esposto a ogni vento di bufera, dove nulla conferma l'ipotesi iniziale e dà l'energia sufficiente a stare di fronte a sfide di questo genere. Del resto per edificare ci vuole il fondamento, e quale esso sia è il grande dubbio contemporaneo.

A volte è proprio arduo spiegare certi passaggi, per esempio il motivo della certezza di padre Cristoforo, quando dice a don Rodrigo la frase incredibile: "Avete colmato la misura: non vi temo più! Lucia è sicura da voi". L'apparenza è che i cattivi vincano, che i buoni siano degli illusi idealisti le cui idee valgono solo dette dal pulpito, ma non hanno nessuna presa sui meccanismi che governano effettualmente le cose. Eppure Cristoforo è certo perché Rodrigo nella sua boria presume di poter superare il limite: anche i Greci avevano l'idea della hybris, che cioè certi confini posti dalla realtà non possono essere superati senza che l'uomo si sfracelli. Ulisse si pentì amaramente di aver sfidato Polifemo, dopo averlo accecato, scatenando forze che non poteva poi controllare. La realtà è solida, e non si lascia manipolare oltre una certa misura, e alla fine dovrai farci i conti. Lo capì appunto Lodovico-Cristoforo, quando, vedendo il volto dell'uomo da lui ucciso passare dal furore dell'odio all'abbattimento e alla quiete solenne della morte, in un momento solo si accorse che la vita è tutt'altro dalle convenzioni, dalle questioni di onore e di prestigio, ha una sacralità che il momento della morte fa risplendere oltre ogni previsione. Comunque la si viva, pone una domanda: perché ho vissuto così? Valeva la pena? Perciò lì Lodovico decide che vale la pena consegnare la vita intera direttamente a chi la fa. 



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