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SCUOLA/ Quelle 10 settimane che "cambiano" la testa

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La terza resistenza, la più forte, è quella che chiamerò di apparato; termine scivoloso, ma nel mio quotidiano, di robusta e incombente presenza. Mi riferisco a quell'insieme di norme, combinate a volontà conservative, che costringono a guardare alle  risorse professionali presenti nella scuola solo secondo la logica ora-docente-graduatoria-cattedra. Si impedisce ogni flessibilità e così diventa problematico inquadrare il docente che potrebbe fare il tutor di impresa didattica a scuola (nel mio istituto, ad esempio, un laboratorio didattico di manutenzione degli edifici) oppure a cui si propone di andare, in quanto docente, a fare un periodo di formazione in azienda o ancora, più convenzionalmente, a fare il tutor didattico di una classe in stage. 

Davanti a queste resistenze mi pare si aprano due grandi prospettive di responsabilità, da una parte per ciò che è proprio della scuola e dall'altra a ciò che compete alla politica. Alla scuola certamente spetta il compito di un passaggio culturale non breve in cui tutta la didattica, nel suo quotidiano svolgimento, diventi consapevole che il processo di accompagnamento dei giovani alla scoperta della realtà ha bisogno di nuove mediazioni, di strade diverse da quelle del passato. E ciò non significa aggiungere qualche spunto nuovo ad un impianto vecchio (le alternanze, lunghe o brevi che siano, incistate in una scuola meramente trasmissiva di contenuti), ma intervenire su punti forti di rottura perché aiutino a un progressiva trasformazione della routine.

Alla politica oggi molti chiedono soprattutto risorse (i fondi per le alternanze scuola-lavoro di quest'anno sono stati tagliati). Ma ancor più serve coraggio di rottura dell'apparato conservativo per sviluppare gli spunti positivi che la Buona Scuola tratteggia. L'organico funzionale, solo per fare un esempio, può rivelarsi un importante strumento di potenziamento delle esperienze di tirocinio, stage e laboratori interni; ma senza una coraggioso rimescolamento complessivo delle carte rischia di diventare l'ennesimo modo di garantire occupazione senza innalzamento di qualità del servizio. Occorre intervenire per la sfoltire la giungla delle graduatorie, modificare il profilo della funzione docente aprendola alle nuove esigenze, introdurre sistemi di formazione in servizio non lasciati alla buona volontà del singolo, definire una libertà di chiamata dei dirigenti scolastici in relazione alle esigenze della scuola e alle effettive competenze del docente. Non sarebbe poco, ma non farlo, alla vigilia di una manovra di assunzione di 150mila precari, sarebbe sprecare una grande occasione.

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