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SCUOLA/ Twittare in latino? Meglio l'inglese, ma il problema siamo noi…

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L'inglese può fare a meno di una serie di informazioni che in latino si devono esprimere obbligatoriamente nella flessione. L'inglese, lingua analitica, ha tratti di lingua isolante ed è più economica del latino. Inoltre, le parole inglesi hanno poche sillabe e quelle più lunghe tendono a essere abbreviate nel tempo. È vero: spesso al latino basta una sola forma di parola là dove all'inglese ne serve più d'una. Ma le parole inglesi hanno poche forme e si imparano in fretta. Quelle latine hanno molte forme e richiedono studio paziente, tanto più faticoso quanto più lo studente abbia una lingua materna del tipo isolante (come gran parte delle lingue orientali). 

È poi vero che un testo redatto in inglese è tendenzialmente più breve di uno scritto in italiano. Questo avviene anche per ragioni di stile: l'inglese evita gli arzigogoli delle lingue romanze. Da una parte, l'inglese si è costituito dal basso, come idioma dell'uso comune, che bada all'economia e alla comprensibilità; dall'altra, è stato ulteriormente elaborato e sviluppato sul modello della tradizione classica. Oggi l'inglese è una realtà pluricentrica e globalizzata: è pluricentrica, perché le varietà standard sono diverse a seconda del paese che riconosca l'ufficialità di questa lingua (Gran Bretagna, Usa, Irlanda, Canada, Australia, Nuova Zelanda; e poi India, Nigeria, Singapore ecc. ecc.); è globalizzata perché al di sopra delle varietà standard vi sono gli usi dell'inglese da parte di individui che non appartengono a comunità anglofone. Tuttavia, anche se è esposto a rischi di impoverimento e di erosione della strumentazione espressiva, l'inglese mantiene una tendenza alla brevità. 

Il latino è lingua ideale per comunicare su Twitter? Può darsi. Peraltro, anche l'inglese va bene. Forse l'italiano è più prolisso, ma se gli italiani si mettessero a twittare in latino, vi è motivo di ritenere che difficilmente cambierebbero le loro abitudini ad allungare il brodo: sceglierebbero uno stile ampolloso, userebbero endiadi, ricorrerebbero alla variatio, attingerebbero al magazzino delle frasi fatte e delle citazioni dai classici. Esagerando, si esporranno al ridicolo — est modus in rebus, perbacco. E c'è sempre il rischio del fraintendimento — il famoso qui pro quo (da non confondere con Qui, Quo, Qua). 

Peraltro, anche Pico De Paperis andrebbe in crisi se dovesse scrivere in latino su cose moderne. È arduo, per esempio, parlare della cravatta (focale Croatum). E le cover girls? Si dicono exterioris paginae puellae, secondo il Lexicon recentis latinitatis (Libraria Editoria Vaticana, in Urbe Vaticana a. MCMLXXXXII). L'espressione è lunghetta. Prendiamo poi il giro di valzer, così diffuso in politica: esso corrisponde a orbis saltatorius Vindobonensis. Non va meglio con il buttafuori (nel senso dell'addetto alla security): è un scaenae superintentor. Il gioco invece funziona con bancarottiere, che diventa decoctor. Finalmente un'espressione sintetica ed efficace. Ma sono dolori quando ne va del giroconto (pecuniae depositae circumlatio).

Per farla breve: il latino va bene per certi contenuti, va male per altri. Così è per tutte le lingue. Se proprio vogliamo brevità, efficacia e modernità, allora usiamo i dialetti. Ma va' a ciapa' i ratt, dirà qualcuno. Non avrà torto.



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COMMENTI
01/01/2015 - GOBBER (pino mulone)

Mi stupisce sempre leggere gli articoli di GOBBER: è incredibile la sua capacità di essere divertente e dire cose di grande spessore culturale. Perché non sentirlo più spesso?