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UNIVERSITA'/ Perché l'Italia è il secondo paese più scelto dagli studenti Usa?

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Barack Obama in visita ad una scuola (Infophoto)  Barack Obama in visita ad una scuola (Infophoto)

I frutti sono però ancora troppo striminziti. Paesi come Germania e Inghilterra ci surclassano, ospitando studenti stranieri in misura molto più grande: da loro gli stranieri si contano in centinaia di migliaia. 

Per fare crescere questo andamento forse bisogna iniziare a cambiare prospettiva. La richiesta di soldi e riforme da parte degli accademici dovrebbe essere accompagnata dalla curiosità di chiedersi cosa vogliono gli studenti, cosa cercano, cosa desiderano per compiere un percorso di formazione che li porti al mondo adulto e lavorativo in modo soddisfacente. Stando a contatto con i ragazzi, si capisce che il desiderio che li muove nel fare l'università è la possibilità di avere prospettive, dentro un cammino accademico che li avvicini al mondo lavorativo o della ricerca in modo sempre meno cattedratico. 

Probabilmente per i paesi che non hanno grandi tradizioni accademiche da offrire ai loro giovani, la nostra università e il nostro Paese sono visti come approdi buoni e stimolanti. Ma questo non ci consola: un indicatore del guadagno di attrattività del nostro sistema accademico sarebbe sicuramente il numero di studenti americani, anglosassoni, tedeschi, francesi che decidessero di venire in Italia a studiare. Per ora i numeri sono bassi, ma c'è un dato che deve fare riflettere, relativamente agli studenti statunitensi. Gli iscritti americani a percorsi accademici italiani sono molto pochi (circa 1000 in tutta Italia), eppure l'amore degli americani per l'Italia porta ogni anno qui da noi circa 30mila studenti per periodi da 6 mesi a un anno, tramite programmi di realtà accademiche Usa. L'Italia è il secondo paese più scelto fra tutti gli studenti americani che vanno all'estero (il 10% del totale viene da noi, appena sotto il Regno Unito, come mette in luce questo studio), ma allo stesso tempo viene ritenuta un posto interessante dove passare tutt'al più un periodo di studio-formazione e di vacanza e non il posto dove vivere, lavorare o fare ricerca. 

La domanda sorge spontanea: che cosa fa il nostro paese per fare in modo che questi studenti che transitano da noi tornino, o pensino di prolungare il loro soggiorno? Che opportunità forniamo, oltre ad accoglierli per qualche mese? Cosa percepiscono dell'università italiana? Le aspettative degli americani sono diversissime da quelle di cinesi, albanesi, iraniani, indiani, turchi e per rispondere a loro bisognerebbe probabilmente stravolgere molto delle nostre università, a partire dal legame fra percorsi accademici, mondo del lavoro e attività di ricerca, pensando come collegati e messi a sistema gli attori che formano, che fanno ricerca e che offrono lavoro. 

Se lo scenario italiano diventasse un luogo nel quale si trovano opportunità, immediatamente diventerà attrattivo anche per chi potrebbe godere nel suo paese di un sistema accademico di alto livello. Dal percorso universitario, dunque, si deve poter offrire opportunità di sbocchi significativi e relativamente sicuri e al contempo sfidanti per chi vuole fare ricerca, ma anche inserimenti nel mondo del lavoro corrispondenti al grado di specializzazione e conoscenze acquisite.



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