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UNIVERSITA'/ Perché l'Italia è il secondo paese più scelto dagli studenti Usa?

L'Italia è il secondo paese più scelto fra tutti gli studenti Usa che vanno all'estero (il 10% del totale viene da noi, appena sotto il Regno Unito). Cosa significa? NICOLA SABATINI

Barack Obama in visita ad una scuola (Infophoto) Barack Obama in visita ad una scuola (Infophoto)

E' freschissima la nuova bocciatura da parte di S&P, famosa agenzia di rating, del nostro paese. Certo, il sistema economico italiano sta passando anni durissimi attraverso la crisi che tutti conosciamo, e la politica è appena entrata nell'ennesima bufera giudiziaria che produrrà chissà quali e quanti sommovimenti. Il pensiero di un futuro di sviluppo, concretamente percorribile con azioni positive e costruttive, sembra essere sempre minacciato da nuovi avvenimenti, oltre che dai proverbiali problemi del nostro Paese. 

Pensare al futuro della nazione implica necessariamente rivolgere le nostre attenzioni all'ambito della formazione, e in particolare quella universitaria e post-universitaria. La sofferenza si avverte anche qui, ma non tanto per mancanza di fondi, quanto per una non-visione capace di intervenire sanando e rivitalizzando: sembra non esserci un orizzonte condiviso verso il quale traghettare il nostro sistema accademico e di ricerca. 

Sistema dal quale i più bravi ormai tendono a uscire, dopo aver ricevuto una preparazione adeguata — come una lettera a Repubblica di un ricercatore italiano emigrato in Inghilterra ha negli ultimi giorni sottolineato —, per mancanza di prospettive. I migliori "prodotti" del sistema di alta formazione italiano sono sempre più costretti loro malgrado a cercare fortuna presso altri lidi. Un dato in questo senso può fare riflettere: nel 2013 il numero di studenti del Politecnico di Milano che dopo la laurea sono andati all'estero è cresciuto del 9% rispetto all'anno precedente (dati Rapporto Specula 2014, Eupolis-Unioncamere). Un'emorragia in piena regola.

Se il tema del post-laurea per quanto riguarda gli italiani sembra essere dominato dalla "fuga dei cervelli" verso lidi più attrattivi, cosa possiamo dire dei nostri percorsi accademici? 

Per comprendere bene i problemi è utile guardare i numeri. Negli ultimi anni, a dispetto delle intenzioni di tutti quando all'inizio degli anni 2000 si è adottato il sistema 3+2, il numero di immatricolati e iscritti sta diminuendo. Eppure qualcosa di nuovo sta accadendo. Pur considerando veramente deprimenti le percentuali di stranieri iscritti e immatricolati alle nostre università (il totale si aggira intorno ai 72mila studenti su un dato complessivo di quasi 1.710.000 fra immatricolati e iscritti in tutte le università italiane, dati Miur), se andiamo a vedere in che situazione ci trovavamo nel 2004, non possiamo non rilevare un incremento di più del 40% degli iscritti stranieri nelle università italiane, quando il numero di non italiani nelle nostre università arrivava a 47mila. 

In questa salita del numero degli stranieri che studiano in Italia il contributo di albanesi, cinesi e iraniani è determinante: ci scelgono studenti provenienti da nazioni non certo rinomate per i loro sistemi universitari. Dato interessante, gli stranieri aumentano in termini assoluti anche a fronte di un calo complessivo della popolazione universitaria, segno che dopo l'avvio dei sistema 3+2, l'introduzione della lingua inglese nei corsi e in alcuni casi la creazione di percorsi ad hoc per gli stranieri sta iniziando a dare qualche risultato.