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UNIVERSITA'/ Perché l'Italia è il secondo paese più scelto dagli studenti Usa?

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Barack Obama in visita ad una scuola (Infophoto)  Barack Obama in visita ad una scuola (Infophoto)

E' freschissima la nuova bocciatura da parte di S&P, famosa agenzia di rating, del nostro paese. Certo, il sistema economico italiano sta passando anni durissimi attraverso la crisi che tutti conosciamo, e la politica è appena entrata nell'ennesima bufera giudiziaria che produrrà chissà quali e quanti sommovimenti. Il pensiero di un futuro di sviluppo, concretamente percorribile con azioni positive e costruttive, sembra essere sempre minacciato da nuovi avvenimenti, oltre che dai proverbiali problemi del nostro Paese. 

Pensare al futuro della nazione implica necessariamente rivolgere le nostre attenzioni all'ambito della formazione, e in particolare quella universitaria e post-universitaria. La sofferenza si avverte anche qui, ma non tanto per mancanza di fondi, quanto per una non-visione capace di intervenire sanando e rivitalizzando: sembra non esserci un orizzonte condiviso verso il quale traghettare il nostro sistema accademico e di ricerca. 

Sistema dal quale i più bravi ormai tendono a uscire, dopo aver ricevuto una preparazione adeguata — come una lettera a Repubblica di un ricercatore italiano emigrato in Inghilterra ha negli ultimi giorni sottolineato —, per mancanza di prospettive. I migliori "prodotti" del sistema di alta formazione italiano sono sempre più costretti loro malgrado a cercare fortuna presso altri lidi. Un dato in questo senso può fare riflettere: nel 2013 il numero di studenti del Politecnico di Milano che dopo la laurea sono andati all'estero è cresciuto del 9% rispetto all'anno precedente (dati Rapporto Specula 2014, Eupolis-Unioncamere). Un'emorragia in piena regola.

Se il tema del post-laurea per quanto riguarda gli italiani sembra essere dominato dalla "fuga dei cervelli" verso lidi più attrattivi, cosa possiamo dire dei nostri percorsi accademici? 

Per comprendere bene i problemi è utile guardare i numeri. Negli ultimi anni, a dispetto delle intenzioni di tutti quando all'inizio degli anni 2000 si è adottato il sistema 3+2, il numero di immatricolati e iscritti sta diminuendo. Eppure qualcosa di nuovo sta accadendo. Pur considerando veramente deprimenti le percentuali di stranieri iscritti e immatricolati alle nostre università (il totale si aggira intorno ai 72mila studenti su un dato complessivo di quasi 1.710.000 fra immatricolati e iscritti in tutte le università italiane, dati Miur), se andiamo a vedere in che situazione ci trovavamo nel 2004, non possiamo non rilevare un incremento di più del 40% degli iscritti stranieri nelle università italiane, quando il numero di non italiani nelle nostre università arrivava a 47mila. 

In questa salita del numero degli stranieri che studiano in Italia il contributo di albanesi, cinesi e iraniani è determinante: ci scelgono studenti provenienti da nazioni non certo rinomate per i loro sistemi universitari. Dato interessante, gli stranieri aumentano in termini assoluti anche a fronte di un calo complessivo della popolazione universitaria, segno che dopo l'avvio dei sistema 3+2, l'introduzione della lingua inglese nei corsi e in alcuni casi la creazione di percorsi ad hoc per gli stranieri sta iniziando a dare qualche risultato.



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