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SCUOLA/ Le tre riforme che servono al "programma" di Renzi

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Ma i ritmi di certa scuola non sono necessariamente quelli dell'economia e della politica. Dentro strutture rigide tanti insegnanti e dirigenti operosi, animati da autentico spirito di servizio, magari poco appariscenti quanto fedeli ad una idea di compito e di responsabilità, hanno lavorato per dare alla scuola una finalità. Che non è solo quel qualcosa in più che si offre alla "utenza" (una lingua in uso, un laboratorio, una lim), ma il nesso che collega l'insegnamento con il significato che anima le persone e le fa sentire vive mentre studiano, apprendono, progettano. 

Da questo punto di vista, il panorama della scuola italiana, seppure a macchia di leopardo, è confortante, talvolta ammirevole. Consegnato però alla buona volontà dei singoli, cui spetta interpretare le norme (dunque da conoscere nei minimi dettagli) e piegarle al bene comune di ragazzi e contesti territoriali.  

Esauritasi la fase riformistica (Berlinguer, Moratti, Fioroni, Gelmini) che ha consegnato alla storia organismi incompiuti (non abbiamo né un vero sistema integrato statale-non statale, né un canale statale-regionale dell'istruzione e formazione professionale degno di questo nome) la politica scolastica negli ultimissimi tempi ha gravitato attorno a messaggi di carattere etico-sociale che, complici le nuove tecnologie, tendono a rilanciare l'idea dell'uomo in funzione dell'ambiente globalizzato piuttosto che della scuola a servizio di una comunità o di un popolo. 

Si ha paura (ma è una paura calcolata) di lasciare libero un soggetto di esprimersi, perciò ogni mossa che viene dal centro deve prevedere modelli formativi dei docenti e degli alunni i cui contenuti sono già programmati. 

Se il Paese ripartirà dal punto di vista economico e la scuola nel suo insieme sarà chiamata a giocare una parte che non si riduca solo a subire restrizioni, il tema del soggetto (chi fa la scuola e con quali profonde motivazioni) dovrà essere posto apertamente, perché già sottotraccia, in forma quasi clandestina, una soggettività fatta di alunni e docenti desiderosi e motivati si muove. Sono le cellule di un corpo ancora vivo che hanno modificato in senso positivo, in alcune regioni, le ultime rilevazioni internazionali sulla qualità della scuola nostrana. Sono le realtà di docenti che si aggiornano e formano a loro spese e liberamente. Sono dirigenti che si confrontano e si collegano in rete. 

Se c'è un soggetto (e lo Stato centrale può solo riconoscerlo, non tentare di manipolarlo artificialmente) si può aprire una stagione di liberalizzazione di tutto il sistema che può andare (ecco le poche cose da fare) dal nuovo contratto per i docenti ad una autonomia reale e ad una nuova governance per le scuole. È possibile e niente affatto scontato. È soprattutto questione di coraggio nell'affrontare un altro mare. 



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