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SCUOLA/ Tamaro, un prof può sapere tutto ma non insegnare a vivere

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Susanna Tamaro (Infophoto)  Susanna Tamaro (Infophoto)

Il breve aneddoto relativo alla sostituzione del concetto di bene e male con il diffuso "mi piace" e "non mi piace" è istruttivo e nello stesso tempo quasi incredibile: come abbiamo potuto barattare la coscienza critica con l'emozione? Forse quando dicevamo "emergenza educativa" non ci siamo accorti che l'educazione non era per "gli altri" (per i giovani), ma è innanzitutto per noi

Certamente "i nostri ragazzi hanno bisogno di uno Stato e di una politica che creda davvero nel loro futuro e si impegni, da subito, nelle cose più semplici, a partire dai giardinetti": ma ancor di più ciò di cui abbiamo bisogno è un motivo per essere uomini, per accettare quelle sfide che la Tamaro giustamente dice che debbono essere offerte ai giovani.

In questo senso non credo che si possa mantenere un livello umano (cioè un atteggiamento che non misconosca l'esigenza di verità, di giustizia e soprattutto di bellezza) senza un riferimento oltre l'umano stesso, quanto meno senza la ricerca di un significato che, per forza di cose, fondi l'essere stesso. Forse proprio sul significato l'articolo della Tamaro risulta poco convincente: eppure senza speranza di significato l'uomo non si muove, fugge dalla realtà; e, d'altra parte, se esistesse la possibilità di un significato a buon mercato non esisterebbero tutte questi tentativi di fuga dalla realtà. 

Nessuno può sostituirsi e trovare il senso della vita per un altro; ciascuno può, però, aiutare l'altro a uscire dalla confusione, da quello che la Tamaro chiama "indistinto", che "genera profonda angoscia nelle persone", semplicemente attraverso la testimonianza che è la propria stessa vita di essere umano in ricerca.  Ciò che occorre è un uomo, ci ricordava Betocchi: occorre alla società e a ciascuno di noi, perché le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell'uomo. Chiunque sia vivo è soggetto educativo, e nello stesso tempo, per altro, è oggetto di educazione. La responsabilità di noi adulti è primariamente quella di vivere. Tanto più se per professione abbiamo un compito educativo. 

Perciò è profondamente irrazionale lo scoramento, che spesso assale, di fronte al disastro educativo e generazionale, ovvero il pensiero di essere di fronte a sfide troppo grandi per noi. Ciascuno ha la sua parte, che consiste proprio nel vivere responsabilmente (non posso fare a meno di rilevare che "responsabilmente" significa "rispondendo" di ciò che si fa) il quotidiano nelle piccole o grandi incombenze. Ognuno ha un suo compito, la massaia come l'infermiera o il parlamentare. Chi ha il compito di metter mano alle leggi se vive in questo atteggiamento potrà sperare di suggerire una politica, in campo scolastico come negli altri campi, che non incrementi il disastro ma anzi che favorisca la ripresa.



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COMMENTI
21/02/2014 - Perché sempre scaricare sulla scuola? (ROBERTO PELLEGATTA)

Sono decenni ormai durante i quali, dalla droga, al codice della strada, dalla guida dei motorini alle problematiche affettive e sessuali, il ritornello degli intellettuali e dei mass media (con l’eccezione di pochi giornalisti come Antonio Polito) è stato costantemente quello di “scaricare” tutto sulla scuola (loro dicono nobilmente “responsabilizzare” nell’impegno educativo), senza mai mettere in discussione modelli di vita o di relazioni. Troppo comodo per queste “vestali del costume nazionale”! Fin troppo gentili le belle riflessioni con le quali la prof.ssa Cassani ricorda giustamente che l’emergenza educativa che ci travolge è primariamente responsabilità di tutti. Io aggiungerei (ma lo dice la Costituzione) soprattutto dei genitori, delle cui traversie i figli sono i primi e più gravemente danneggiati. Ogni giorno assisto a scuola agli esiti, spesso drammatici, di famiglie inesistenti, di padri assenti (o aggrediti se si permettono di esercitare un minimo di autorità), di madri o padri rimaste soli nell’impresa di crescere i figli. L’avventura della vita per ragazzi e ragazze cresciuti in sempre più numerose famiglie (ma quali poi?) dove il significato della vita (io aggiungo: il valore dell’istruzione e della cultura come bene) è problema inesistente o insignificante rispetto ad altri problemi, quella avventura è veramente un’impresa che talvolta ha dell’eroico. Chissà se Tamaro rilancerà l’appello di Cassani alla “responsabilità di tutti”!