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SCUOLA/ Consigli (non richiesti) al ministro Giannini per affrontare i viet-cong

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Stefania Giannini, nuovo ministro dell'Istruzione (Infophoto)  Stefania Giannini, nuovo ministro dell'Istruzione (Infophoto)

Si tratta di quattro segmenti dello stesso cerchio. Tale complessità ha sempre finito per funzionare da alibi per non affrontare seriamente nessuno dei quattro punti, salvo poi dover constatare che è impossibile operare cambiamenti di un segmento, senza operare contemporaneamente sugli altri tre. 

Si può e si deve incominciare, in primo luogo, dalla questione sociale del milione di insegnanti, di cui oggi si serve la scuola, ma con la consapevolezza che tutto si tiene. Che cosa significa la valorizzazione sociale degli insegnanti? Vuol dire che vanno preparati, assunti, valutati, premiati o, eventualmente, licenziati come professionisti. Le conseguenze di questo assunto sono molteplici: chiamano in causa il ruolo, oggi preponderante, delle università – che possono insegnare tutto, ma non insegnare a insegnare –, quello delle scuole – che devono diventare la bottega di apprendimento del mestiere; richiedono un altro meccanismo di selezione, più agile e personalizzato, a livello di singola scuola autonoma; esigono un stato giuridico, che preveda almeno tre step di carriera, la differenziazione delle retribuzioni e la valutazione, in vista del passaggio da uno step a quello successivo. 

Tutto ciò implica l'abbandono del modello impiegatizio-amministrativo, sul quale i sindacati hanno costruito la propria base di massa nel pubblico impiego. Fuor dai denti: implica uno scontro frontale con i sindacati della scuola. Che per un verso lamentano i bassi stipendi italiani e rivendicano quelli europei, ma per l'altro fin dagli anni 70 hanno co-prodotto e co-gestito, insieme all'amministrazione ministeriale, un'italianissima proletarizzazione impiegatizia omogenea del personale. Europei gli stipendi, ma italianissimo lo stato giuridico: scatti di anzianità, niente valutazione, niente professione. 

D'altronde la professionalizzazione non è compatibile con un assetto istituzionale-amministrativo ipercentralizzato, nel quale le autonomie scolastiche sono ridotte a decentramento funzionale dello Stato. Solo una scuola veramente autonoma è in grado di formare e assumere professionisti, senza dover ricorrere a concorsoni nazionali, sia pure spezzati per il numero delle regioni. Il centralismo amministrativo, la cogestione sindacale, l'assenza di carriera, gli scatti di anzianità, il rifiuto della valutazione delle scuole, il fallimento dell'autonomia scolastica sono un unico blocco logico. 

Mettendo altra carne suo fuoco: è assai difficile rivedere la tavola delle competenze-chiave dei ragazzi e ristrutturare il curriculum (sia adottando il 7+5 sia il 5+3+4), finché permane l'attuale rigidità delle tabelle di concorso, così che il passaggio dalla Lingua francese – tanto per fare un esempio noto – alla Lingua inglese è reso impossibile. La famiglia chiede l'Inglese, ma la scuola offre solo il Francese, perché ha a disposizione insegnanti che conoscono solo il Francese. 



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COMMENTI
26/02/2014 - commento (francesco taddei)

tra i provvedimenti utili avete dimenticato l'attuazione del decreto che rende possibile la trasformazione delle università in fondazioni.