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SCUOLA/ L'educazione digitale della Carozza e quei 3 problemi da risolvere

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E ancora:

"La scuola potrebbe svolgere un ruolo di primo piano prevedendo, nell'ambito dei programmi scolastici, specifici progetti educativi che insegnino ai giovani il modo di confrontarsi costruttivamente con le nuove forme espressive che la Rete offre loro, al fine di promuovere una gestione consapevole di tutti gli aspetti della propria vita che vengono consegnati al mondo online. Vorrei chiedere al Ministro: possiamo immaginare l'educazione digitale come materia di studio a partire dalla scuola di base? Dal canto loro, gli educatori ed i formatori devono essere aiutati a colmare il deficit di conoscenza dei nuovi fenomeni e strumenti comunicativi. Anche per questo motivo tutti gli attori istituzionali – il Governo, il Parlamento ma anche il servizio pubblico radiotelevisivo – sono chiamati ad una nuova missione".

Se da un lato dal discorso di Soro emerge l'inevitabilità del fattore tecnologico nella vita quotidiana di ciascuno, dall'altro si segnala l'urgenza non solo di regolare dei diritti ma di garantire una educazione nell'utilizzo consapevole e corretto degli strumenti.

La replica del ministro Carozza è davvero interessante perché tiene conto di fattori realistici di spesa (un nuovo insegnamento costerebbe troppo) ma soprattutto pedagogici. Ha affermato infatti il ministro che "l'educazione digitale è un tema trasversale che va affrontato a livello nazionale, sia per chi utilizza servizi tramite la rete, sia per chi li sviluppa" e che occorre tenere conto del fatto che inserire una nuova materia "costa qualche milione di euro".  

Il ministro quindi non è favorevole all'introduzione di ore specifiche dedicate alla materia, ma "ad attività trasversali. Ci sono molti progetti ma non si tratta di una disciplina vera e propria". Ha ribadito il suo "no all'introduzione di nuove discipline. La tecnologia digitale è un mezzo e tutte le materie devono avvalersene, come fu per il libro stampato sul quale si basò il sistema scolastico dell'Ottocento"

Ha aggiunto inoltre che la scuola "deve cambiare la sua struttura seguendo il nuovo modo in cui il sapere si trasmette. Probabilmente nella scuola 2.0 dovrà cambiare anche l'allestimento delle aule, non più con una didattica frontale". Anche gli insegnanti sono interessati a questo cambiamento: "devono sapere che parte del proprio tempo è andare sull'educazione digitale, non come elemento aggiuntivo ma come parte della propria professionalità". 

Un discorso a parte invece secondo il ministro merita l'educazione etica al digitale che  riguarderebbe "un'estensione dell'educazione civica, perché gli strumenti dell'accesso alla rete sono tali, così evoluti e pervasivi, che richiedono anche una formazione etica, non solo tecnica".

Presentati alcuni dei ricchi spunti offerti dagli interventi al convegno, fermiamoci a riflettere su una questione nodale. È davvero necessario un insegnamento apposito per le nuove tecnologie come proposto del Garante della privacy ma negato dal ministro?



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