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SCUOLA/ L'educazione digitale della Carozza e quei 3 problemi da risolvere

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La questione è più complessa di quel che sembra, anche se la correttezza della posizione di fondo del ministro di legare l'utilizzo della tecnologia alla prassi didattica ordinaria mi pare evidente. Non avrebbe senso far passare anni a dei bambini per mostrare come funziona un quaderno, una matita, un libro. Analogamente occorre riconoscere la natura strumentale di tablet, pc, ecc. Lo strumento è ciò che si utilizza per realizzare un'opera: ha un valore funzionale, insomma, e si impara ad usarlo utilizzandolo per il suo scopo. Nella scuola quindi la collocazione più adeguata è la prassi didattica ordinaria come suggerisce il ministro. 

Attraverso un tablet, per esempio,  si  accede e si possono scambiare informazioni molto più facilmente che se ci si deve recare in biblioteca a cercare del materiale o dei testi che forse non si troveranno neppure. Disegnare un istogramma a torta per una ricerca di geografia è molto più veloce e preciso se realizzato a partire da un foglio di calcolo che tracciato con il compasso con percentuali un po' fantasiose. Realizzare una concordanza (frase in cui compare una parola chiave che si intende analizzare in un testo) in cui studiare l'utilizzo della parola "galantuomo" nei Promessi Sposi con un pc con un testo in formato elettronico è molto più veloce che sfogliare il romanzo. Approntare un documento ordinato, presentabile, con titoli, stili e sommari è molto più semplice con un programma di video scrittura che a mano o con archeologiche macchine per scrivere. L'elenco potrebbe continuare in innumerevoli applicazioni didattiche.

Ci sono, come si vede, indubbi vantaggi nell'utilizzo delle tecnologie. Ma la condizione è che siano  utilizzate per  realizzare un lavoro vero (cioè che sarebbe comunque richiesto dalla disciplina che si sta appendendo) in maniera più economica ed efficace.

La questione, dicevo, è complessa per tre fattori: 1. la competenza informatica degli studenti, 2. la disponibilità dei docenti a tenere conto della tecnologia nel ridefinire la propria professione, 3. l'infrastruttura tecnologica della scuola.

1. Prima di tutto il problema nella prassi didattica reale è la familiarità disomogenea tra gli studenti  nelle classi. C'è chi "smanetta" e chi ha difficoltà a operare un copia-incolla. Inoltre l'apprendimento sostanzialmente da autodidatta di molti ragazzi crea un habitus di lavoro poco razionale ed organizzato. La mia esperienza di docente di laboratorio informatico mi ha portato su questo punto a queste conclusioni. Un periodo di alfabetizzazione e di educazione ad un approccio non istintivo e casuale con lo strumento è utile se non indispensabile. Mi sono spesso trovato di fronte a comportamenti e percorsi di lavoro che definirei eufemisticamente "fantasiosi", poco efficaci.  Qualche lezione "tecnica" in cui uniformare i livelli è indispensabile. È però a mio avviso imprescindibile che il docente di laboratorio sia non uno specialista informatico ma un docente della classe che leghi l'apprendimento tecnico al proprio lavoro ordinario. Un'ora aggiuntiva per questo lavoro con gli studenti mi pare utilissima nella secondaria superiore nel primo biennio e se possibile nei livelli inferiori. Invece che inventarsi strane attività, si può intervenire con l'autonomia scolastica lavorando sulla percentuale concessa ad ogni istituto (in pratica con ore da 55 minuti per esempio e non di 60 minuti) e introducendo questa opportunità.



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