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SCUOLA/ Alunni adottati, la famiglia "vale" più di un collegio dei docenti

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Spesso le famiglie nelle quali il bambino giunge qualche mese prima dell'inizio della scuola primaria sono ben disposte all'iscrizione, apportando come motivazione il fatto che il bambino lo desidera e, forse, anche loro. Non è questa la sede per approfondire questi temi delicati ed importanti, ma vien da sé, pur senza voler generalizzare, che un bambino fino a ieri abituato (addestrato?) a vivere in un contesto di pari, si veda quasi automaticamente collocato in una scuola, dove possono riproporsi tante dinamiche a cui è uso, piuttosto che impegnato nella difficile ma meravigliosa e vitale scoperta di una mamma e di un papà, e cioè di lanciarsi nell'avventura di essere figlio. E, per converso, si può ben comprendere come la tentazione del genitore sia auspicare per il proprio figlio il percorso più fluido, lineare e "normalizzante" possibile. Ma la vita è più ricca delle nostre semplificazioni, e la costruzione di un rapporto di figliolanza solido e fondativo per l'esperienza richiede tempo, e cura, educazione, intimità, predilezione e, in senso pieno, educazione.

In altri casi, invece, i genitori hanno fatto "carte false" (nel rispetto della legge, naturalmente) per riuscire a posticipare un passo che non ritenevano ancora bene e buono per il proprio figlio. Idoneità alla seconda saltando la classe prima, ad esempio con tutto l'impoverimento che questa scelta può comportare.

Storie differenti, che ci richiamano all'evidenza che ciò che fa discrimine non sarà quindi una lingua madre diversa dall'italiano, o possedere competenze linguistiche minime, o competenze socio-affettive, o avere un adeguato sviluppo cognitivo quanto, ben più radicalmente, fondare la propria esistenza su un'appartenenza, che il figlio impara, educa e scopre insieme ai suoi genitori.

Ben venga, dunque, la possibilità prevista dal documento ministeriale; essa rappresenta uno spiraglio che lascia penetrare la luce ad illuminare la storia proprio di quel bambino lì, affinché la si possa rispettare e valorizzare in ottica educativa personalizzata.

È buona cosa, inoltre, che la nota Miur sia sorta, almeno nelle spinte e nelle motivazioni, da più movimenti di famiglie che da tempo mettevano in evidenza l'improcrastinabilità di una reale personalizzazione almeno nel, se non del, sistema. Il casus belli da cui si è generato il processo è stata proprio una situazione specifica, ovvero un nome, un volto, una storia, una carne.

Fin qui le buone notizie.

Poi... Poi ci troviamo, ancora una volta, davanti ad un documento che, pur volendo guardare alle persone con encomiabile intento, non sa rinunciare ad uno sguardo classificatorio e statistico, ovvero quantitativo ("Allo stato attuale, è evidente che la discriminante tradizionale − alunni con disabilità / alunni senza disabilità − non è esaustiva rispetto alla realtà delle nostre classi in cui, tra l'altro, i bambini adottati provenienti da altri paesi rappresentano ormai una parte considerevole");



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