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SCUOLA/ Massa contro cultura, i due "modelli" che si contendono il campo

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La crisi della scuola, grave e drammatica, non è causata tanto dalla mancanza di investimenti, ma da un"eccesso di attribuzioni", cioè da un "sovraccarico di tutte quelle funzioni che, assegnate al contratto sociale, e assicurando a ogni individuo una prestazione minima, finiscono per liberare poi le interazioni tra i singoli di ogni responsabilità, che si tratti di genitori riguardo alla condotta dei propri figli o dell'insegnante rispetto all'indisponibilità dei propri allievi". La questione non è dunque solo economica, ma antropologica. La scuola infatti elude sistematicamente la ricerca di un significato e giustifica il suo operato esclusivamente in nome della correttezza formale dei processi e dei protocolli. Basterebbe al riguardo, a mio parere, vedere cosa sta suscitando l'intervento ministeriale sugli alunni Bes (Bisogni educativi speciali). 

Come uscirne? Non certamente – sostiene Scotto di Luzio – privatizzando l'istruzione e neppure lasciando che le aule scolastiche restino luoghi in cui prevalga lo stile delle relazioni personali vissute dentro le mura di casa e basate sul "primato della negoziazione sull'applicazione delle regole, e la rimozione di qualsiasi riferimento a un'idea di giustizia per risolvere i conflitti". Tantomeno, quindi, si supera la crisi appellandosi alla famiglia ridotta ad uno "spazio negoziale, microcontrattuale, fatto di scambi e di doni reciproci", "uno spazio della vita privata senza giustizia".

Diciamo dunque che se la scuola piange, la famiglia, "suo dirimpettaio", non ride. Si trova infatti in una condizione pietosa che Scotto Di Luzio descrive con dei flash allarmanti: disaffiliazione, precarizzazione del legame coniugale, smottamenti dell'identità paterna, conflitti persistenti, consumi ed aspirazioni senza riferimenti al reale. Il disastro che essa provoca alla scuola si vede in particolare nel fallimento di quegli adolescenti per i quali il legame con i genitori non ha una forza strutturante.. 

La famiglia dunque vittima e carnefice della scuola in crisi? 

Sembra di sì. La famiglia viene sistematicamente spinta dalla scuola verso la "tecnicizzazione di routine pedagogiche un tempo popolari sulla base di una strumentazione prevalentemente pedagogico-psicologica". A sua volta la scuola soffre lo smottamento prodottosi in questi anni nella famiglia e prima di tutto nell'identità paterna in termini di scomparsa dei programmi di studio e di enorme difficoltà ad "educare i giovani per mezzo della cultura". 

Scotto di Luzio al riguardo mette in guardia contro chi contrappone due diverse idee della cultura. La prima: cultura "come totalità chiusa al servizio della coesione sociale"; la seconda: "come risposta personale a problemi che sorgono sul terreno di una tradizione ricevuta". Idee distinte, non opposte. In questi ultimi anni non cogliendone la distinzione "ne è venuta fuori una scuola lacerata tra l'ossessione conservatrice dell'identità, intatta e intangibile, della nazione e la celebrazione acritica della diversità, […] una scuola del controllo per mezzo della tecnica pedagogica e dei nuovi strumenti della valutazione concepita in opposizione all'esperienza liberale della cultura come terreno dell'autocoscienza giovanile". La scuola che avrebbe dovuto diventare di tutti, sembra non essere di nessuno. 

Quale è dunque la scuola che vorrebbe Scotto di Luzio? 



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