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SCUOLA/ Massa contro cultura, i due "modelli" che si contendono il campo

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Una scuola con forti motivazioni in cui sia possibile educare, cioè presentare "un'idea dell'uomo in generale e riconoscere, con le radici profonde e vitali della nostra antropologia, il canone culturale che le interpreta". Una scuola libera, oltre che dalla burocrazia, anche dalla tirannia dei giovani e dalle pedagogie che la giustificano.

La scuola per cui vale la pena alzarsi dal letto ogni mattina è una scuola in cui si possa e si debba imparare a cogliere e discriminare i significati del mondo. È la scuola del "buon gusto", del giudizio, cioè di un "pensiero che ci permette di scegliere, di distinguere tra ciò che è bello ed è meritevole della nostra ammirazione e ciò che deve essere senz'altro rifiutato. Tra ciò che è giusto sentire e ciò che invece è meschino e degradante". È la scuola della cultura, che è "deposito naturale di questa possibilità di scelta […], base di esercizio della facoltà individuale di chiarificare e distinguere i significati". È una scuola, in cui la domanda individuale ("Quale sforzo sono disposto a fare"), nella relazione educativa e in quella scolastica, in modo particolare, è in grado di prevedere una risposta dotata di senso in quanto è collegata all'altra domanda: "Quale sforzo mi si chiede di fare". Una scuola in cui deve accadere un' "educazione, cioè, un apprendimento di sé attraverso le richieste degli altri".

Questa è la scuola pubblica che vorrebbe Scotto di Luzio. Ed è la scuola che vorrei anch'io e, spero, ogni lettore. 

Su come costruire una simile scuola l'autore dice poco, accenna qua e là. Preferisce offrirci un ampio panorama della pars destruens, ma lascia  il lettore in una valle stretta, in cui viene segnalata la meta ma non la strada. Forse anche per questo nel libro certi argomenti vengono appena accennati e a certe domande non c'è risposta. Per esempio, che cosa l'autore intende per "scuola pubblica"? Il volume denuncia il privatismo nei confronti della scuola; parla di "una base privatistica" del sistema scolastico, invaso negli ultimi venti anni da "nuovi potenti attori legati alla sfera dell'economia e dei suoi interessi", per cui la scuola "perde completamente la capacità di fornire modelli generali di identificazione". Domanda: nel "privatismo" sono da annoverare anche le scuole paritarie? "Pubblico" coincide forse con "statale"?

Non c'è risposta. All'autore non interessa riproporre la contrapposizione scuola pubblica-scuola privata, che definisce "punto irrisolto" della disputa sulla laicità dell'istruzione iniziata in Italia fin dalla Costituente. "Almeno sul terreno scolastico − nota l'autore − la nostra Costituzione non è certo quella carta dei sogni che si pretende. È, semmai, il documento di una cultura costituzionale molto arretrata". Non gli interessa, almeno in questo volume, neppure affrontare il tema della libertà di educazione come diritto delle famiglie e degli insegnanti. Forse per questo ignora il discorso sull'autonomia scolastica, anche quando sintetizza mirabilmente la storia e il dibattito relativi ai sistemi scolastici degli Stati Uniti e dell'Inghilterra. 



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