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SCUOLA/ Gentili (Confindustria): perché il Corriere difende gli interessi corporativi?

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Non chiede: perché dal 1999 (legge sull’autonomia) non siamo riusciti a far dimagrire il ministero di Viale Trastevere, vero e proprio elefante burocratico, e perché non diamo pienamente autonomia alle scuole?

Non chiede: perché nel decreto sulla riorganizzazione del ministero (che fortunatamente Stefania Giannini può ancora modificare), per le pur giuste esigenze della spending rewiew, si è cancellata la importantissima direzione generale sull'istruzione tecnica, e si è conservata in vita la inutile dg per il "personale di diretta collaborazione"?

Queste sarebbero state domande adatte a interrogarsi sulla realtà concreta della scuola, sulla sua dimensione culturale, sulla sua governance, sul rapporto scuola-lavoro. 

No, Paolo Conti si fa efficace interprete della "pancia corporativa". Quella per cui la scuola non è un servizio pubblico che deve assicurare buona istruzione ai nostri figli ma una sorta di "welfare secondario" che deve assicurare stabilizzazione ai precari e lavoro ai disoccupati intellettuali. 

E Conti chiede conto al ministro non dello statalismo, del corporativismo, dell'appiattimento retributivo, ma si concentra su domande "corporative". Dimostrando che la scuola sui grandi media non è ancora diventata (come avviene sul Times, su Le Monde e su El Pais) una questione nazionale che riguarda il futuro dei nostri figli, ma una questione sindacale. Chiede se gli scatti di anzianità (unico modo per elevare lo stipendio avendo rinunciato a premiare il merito) "sono in pericolo". Chiede (in un paese dove la libertà di scelta delle famiglie è poco rispettata e la scuola paritaria è di gran lunga – purtroppo - poco presente rispetto alla media europee), perché stanziando una modestissima cifra per far risparmiare lo stato "si danneggiano le scuole pubbliche". 

La ministra Giannini, con fair-play, fa al giornalista una velata lezione di etimologia spiegando la differenza tra pubblico e statale. 

Infine non manca la banale domanda (su imbeccata di Grillo) sui bambini di Siracusa che cantano la canzoncina a Renzi. 

A domande banali e vittime dei più diffusi luoghi comuni, Stefania Giannini offre risposte intelligenti e innovative, in linea con una tradizione liberal e con una visone aperta della scuola. 

Beninteso. Chi non avverte il dramma personale di supplenti a vita, di precari che giustamente aspirano a entrare in ruolo? Per loro vanno evidentemente trovate soluzioni giuste. Ma si può precludere a motivati e competenti giovani aspiranti insegnanti (che si laureano o che già frequentano il famoso Tfa) la possibilità di insegnare perché devono mettersi in coda per 10 anni? Si può impedire ai nostri figli di avere insegnanti e presidi giovani e preparati, in nome dell'esigenza di risolvere le pendenze del passato? 

La scuola non è solo (né soprattutto) una sorta di serbatoio di disoccupati intellettuali. È soprattutto un servizio pubblico per i cittadini. 



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COMMENTI
10/03/2014 - Come dimenticare la cultura di cui si è portatori (enrico maranzana)

“Si può impedire ai nostri figli di avere insegnanti e presidi giovani e preparati” è una domanda fuorviante, una questione che banalizza il problema scuola. I nodi da sciogliere sono ben altri. Perché nelle scuole non ci sono mansionari? Eppure non esiste complesso organizzato che non espliciti l’oggetto del mandato conferito ai lavoratori e che non consideri la valutazione come stato conclusivo di un processo progettuale che soppesa lo scostamento tra gli obiettivi programmati e i risultati conseguiti. Non esiste complesso organizzato che non abbia definito la propria struttura decisionale ricorrendo ai dettami delle scienze dell’amministrazione: la scuola vive nel passato, abbarbicata all’obsoleto, inadeguato e inefficace modello gerarchico-lineare che la legge, inascoltata, ha abbandonato de decenni. Anche l’auspicato dimagrimento di viale Trastevere occulta lo stato delle cose. Se si fosse aperto un Pof, casualmente scelto, si sarebbe constatato che l’inefficacia delle norme sull’autonomia delle istituzioni scolastiche ha una precisa e manifesta origine. “La progettazione educativa, formativa e dell’istruzione, sostanza dell’autonomia delle istituzioni scolastiche”, non è praticata. Il medico competente osserva i sintomi delle malattie e li interpreta riportandoli all’interno d’una struttura concettuale scientificamente definita.

 
10/03/2014 - Chissà (Sergio Palazzi)

"Avremo i sindacati contro? Ce ne faremo una ragione". Questa frase, la più rivoluzionaria in Italia dai tempi di Galileo, l'ha detta il presidente Renzi nel salotto di Fazio. Vediamo. Quanto all'istruzione tecnica, sono trent'anni che resta sospesa nel limbo: è un "liceo con qualcosa in più", come è stata e può essere nelle sue esperienze migliori del suo secolo abbondante di vita, o è una variante del professionale, a sua volta troppo pieno di libri e troppo vuoto di laboratori? Poteva avere senso l'idea di trasformare l'Istituto Tecnico in un "liceo tecnologico" come voleva una nota proposta di riforma panlicealista? O va considerato nella logica e nei codici delle "vocational schools", sulla cui impostazione "minoritaria" ci sono peraltro parecchi ripensamenti all'estero, gettando a mare una esperienza originale italiana che avremmo dovuto e potuto esportare nel mondo?