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SCUOLA/ Ministro, la formazione dei prof funziona meglio senza centralismo

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La situazione, tuttavia, non è affatto rosea come sembra: primo perché il Fondo per il funzionamento delle istituzioni scolastiche è continuamente taglieggiato dalle manovre di reperimento di risorse per operare rammendi di vario genere (per es. gli scatti di anzianità); secondo, perché la formazione dal punto di vista dei contenuti è rigidamente vincolata dalla normativa ministeriale ad obiettivi indicati centralmente che, ecco il circolo vizioso, rientrano grosso modo in quelli dell'Indire e dell'Invalsi.

Non solo i fondi sono scarsi, sebbene la decretazione applicativa della legge Carrozza sia in pieno vigore, come dimostra il decreto del 7 febbraio sull'apertura delle scuole e prevenzione della dispersione scolastica; di più, la formazione è orientata, ovvero non pienamente libera. Prevale ovunque una curvatura sul sapere di stampo ministeriale. Vengono emanate Indicazioni nazionali o Linee guida di vario genere? Bene, la formazione sostenuta dal Miur è orientata a far digerire Indicazioni e Linee guida, senza che i docenti possano interrogarsi sulla loro necessità o magari sul grado di effettiva partecipazione che la scuola reale può avere avuto nella stesura dei documenti. La tal legge prevede l'insegnamento di materie non linguistiche in lingua straniera? Ottimo: il Miur ha una sua linea prevalente, consistente nella diffusione del metodo Clil, senza che magari ci si interroghi se è l'unico, il più adeguato, il più rispondente alle conoscenze e competenze di tanti bravi docenti. 

Per finire con l'obiettivo dell'aumento delle competenze relative all'educazione all'affettività, al rispetto delle diversità e delle pari opportunità di genere e al superamento degli stereotipi di genere, contenuto nella citata legge Carrozza (128/2013). 

Il limite di una formazione concepita in questo modo è il suo carattere condizionato dall'emergenza, che corrisponde molto bene ad una figura di insegnante come colui che è capace di disinnescare situazioni intricate, di carattere familiare o cognitivo.

La formazione che vorremmo, per la quale non è disprezzabile l'idea di un sistema nazionale, è molto più legata alla struttura stessa dell'insegnamento e dell'insegnante che anzitutto dovrebbe trovare (o ritrovare) la motivazione per la quale ha scelto la professione docente nella cultura cui sente di appartenere. La cultura intesa come visione della vita, del mondo e della storia: un'origine dalla quale attinge i significati del suo agire anche tra gli alunni.

Ancorare dunque la formazione alla cultura, che è libera e da approfondire nel confronto con la realtà di una scuola da inventare ogni giorno. Questo è il compito che dovrebbe impegnare il nuovo ministro. E renderla vasta questa formazione, connessa allo sviluppo professionale e anche valutabile, se vogliamo parlarne sul serio. Da svolgersi nella scuola, nel contesto di questo ambiente e non separata da esso. Ma per favore libera, cioè pluralistica e finalmente utile. 



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COMMENTI
12/03/2014 - La formazione alle scuole (Alessandra Monda)

Concordo con Foschi, vorrei aggiungere qualche altra riflessione. L'aggiornamento guidato dal centro è stato sempre inefficace. Prima dei decreti delegati del 1974 avevamo i centri didattici nazionali. Furono aboliti e l'aggiornamento la ricerca e la sperimentazione divennero appannaggio delle singole istituzioni scolastiche. Non c'era allora l'autonomia scolastica ma i collegi dei docenti progettavano le iniziative e chiedevano il finanziamento che puntualmente arrivava. Ancora di più oggi con l'autonomia di ricerca e sperimentazione. I fondi per l'aggiornamento del personale sono sempre arrivati alle scuole autonome, pochi, è vero, ma spesi bene e con il sistema delle reti qualche frutto possono dare. Ma il nuovo centralismo indirizza le scuole verso iniziative ministeriali che prevedono finanziamenti. Interessanti e opportune senza dubbio, ma ci vuol ben altro per assicurare agli alunni la qualità d'aula. Un esempio per tutti: la riforma della scuola secondaria di II grado. Come smuovi prassi consolidate nel tempo? I dipartimenti potranno al massimo delineare la sequenza dei contenuti nell'arco del quinquennio, ma come smuovi i modi dell'insegnare, come fai scendere dalla cattedra docenti che altrove non sanno stare? come li rendi sensibili alle persone che stanno dall'altra parte, come insegni loro che gli alunni vanno guidati a scoprire l'amore per sé ad amare ciò che imparano? Anche il centro dovrà necessariamente comprendere la vera portata dell'autonomia e finanziarla.

 
11/03/2014 - Chi ha orecchi per intendere, intenda (enrico maranzana)

Tutti parlano di scuola .. ma a ruota libera: lo scritto di F.Foschi, come quelli apparsi su questo foglio nei tre giorni precedenti, si sviluppa al di fuori sia del campo definito dalla legge sia della cultura del mondo contemporaneo. Gli indirizzi di cambiamento auspicati, inoltre, sono assurdi: decentramento e facoltà di compiere scelte, sono i caratteri salienti della normativa vigente. La proposta formulata sulla formazione dei docenti, inoltre, non ha come riferimento la struttura operativa dell’istituzione scuola. La legge ha definito la professionalità dell’insegnante e l’ha caratterizzata con le competenze relative alla progettazione formativa, alla progettazione educativa, alla progettazione dell’istruzione, alla progettazione dell’insegnamento, itinerari che gli accademici non hanno mai percorso.