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Educazione

SCUOLA/ Pas nel caos, c'è una sola via d'uscita

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Ora, è evidente che gli atenei si pongano come garanti della correttezza e serietà della formazione: ciò che risulta strano è il fatto che interpretino la legge… andando contro la legge! Potrebbe anche non piacere che i corsisti possano frequentare senza aver superato una prova di selezione, ma questo prevede il decreto. D'altra parte, non è certo colpa dei docenti se lo stato li ha fatti lavorare senza una previa formazione o selezione! E quando si dice precariato, non può aprirsi solo un film fatto di disimpegno o riottosità! A questo ci ha abituato la stampa, sempre in cerca di immagini ad effetto: i precari sono giovani insegnanti che, in molti casi, stanno difendendo con i denti il loro posto di lavoro e la loro passione per l'insegnamento.

D'altra parte, forse che i famigerati test preselettivi del 2012 – quelli emendati e corretti, s'intende –  hanno selezionato tutti coloro che da anni fanno il loro lavoro con grande serietà? E quanto sono stati predittivi della capacità di insegnare? 

Perché il nodo è proprio questo: come si fa a insegnare ad insegnare? E come si fa a valutare un buon insegnante?

A noi parrebbe che – come in ogni altro mestiere – può insegnarlo chi lo pratica: affermazione scontata, si direbbe. Per nulla!, dal momento che, in Italia, è l'università ad avere il timone organizzativo della formazione.

Sia ben chiaro: non è certo nostro scopo disconoscere il ruolo fondamentale della ricerca universitaria nella formazione dei giovani docenti. È evidente che la formazione teorica non può che venire dalle sedi universitarie. Ed è anche indiscutibile che non c'è un buon docente se non c'è una solida base culturale. Non si può insegnare ciò che non si sa.

Ma è altrettanto innegabile che non possiamo ancora accettare l'ipotesi gentiliana che "chi sa, sa insegnare"! Forse su questo punto, tutti gli attori del mondo educativo sono d'accordo. Appunto per questo, è necessaria la teoria, che però non può essere disgiunta dalla pratica: proprio le università hanno grandemente diffuso l'ipotesi della riflessività sull'azione, come indispensabile per l'apprendimento di un qualsiasi mestiere.

Se è vero questo, perché mai gli atenei dovrebbero essere il fulcro della formazione dei docenti? E come possono gli stessi insegnare la pratica?

Chiariamo bene: le università sono state investite di questa funzione, non l'hanno voluta esse stesse. Non solo, ma nel caso specifico dei Pas si trovano a gestire, senza neppure l'apporto dei tutor coordinatori e di scuola, la formazione, perché per i Pas non è previsto il tirocinio. Ci pare che l'anello debole, in questa circostanza, sia il livello centrale: com'è possibile immaginare che un docente, dopo tre anni di insegnamento, abbia solo bisogno di una formazione teorica? Chi giudica, supporta, verifica il suo operato? Chi gli ha insegnato ad insegnare? 


COMMENTI
14/03/2014 - Cambiare il reclutamento degli insegnanti (FRANCO BIASONI)

E' oramai chiaro a tutti che il sistema di reclutamento di docenti e dirigenti della scuola statale fa acqua da tutte le parti. E' inefficiente ma anche inefficace. Non è detto che i selezionati siano i migliori, anzi probabilmente i migliori non partecipano nemmeno. Non è detto che i selezionati siano messi nelle condizioni di mettere a frutto le loro competenze nell'attuale scuola statale. D'altra parte alcune ricerche mettono in dubbio che simili procedure possano veramente evidenziare le qualità augurabili in un docente. E allora? Le scuole statali devono diventare scuole statali autonome e assumere direttamente il loro personale.

 
14/03/2014 - Validità parziale della proposta (enrico maranzana)

“In Italia è l’università ad avere il timone dell’organizzazione della formazione” ma non dovrebbero “più esserne il fulcro”. L’argomentazione che l’autore propone è solida e, per un suo approfondimento, rimando in rete a “Formazione docenti: l’illogicità del decreto legge 104/13”. “Demandare sia la gestione che l’organizzazione dei corsi alle istituzioni scolastiche”, invece, sarebbe una proposta costruttiva a condizione che le scuole fossero sistemi orientati al conseguimento del fine istituzionale: la promozione delle competenze dei giovani. Ma così non è: le scuole certificano le competenze ma non le perseguono. I laboratori, indicati dai regolamenti di riordino del 2010 come modalità didattica da privilegiare e funzionali ai nuovi traguardi sono praticati in casi del tutto sporadici. Un problema che richiede l’assunzione di un diverso punto di vista, tratteggiato nello scritto “La professionalità dei docenti: un campo inesplorato” visibile in rete.