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SCUOLA/ Graduatorie e contratto, come non fare la fine di Totò

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Totò in Destinazione Piovarolo (1955) (Immagine d'archivio)  Totò in Destinazione Piovarolo (1955) (Immagine d'archivio)

Nella maggior parte delle amministrazioni locali e per la maggior parte delle funzioni, del resto, il pubblico concorso è bandito localmente: si fissano dei criteri minimi per l'accesso, partecipa chi vuole − anche se attualmente già impiegato in altra amministrazione − ed è poi l'ente interessato a stabilire chi risulta vincitore, rispetto alle specifiche prove d'esame relative alle mansioni di quello specifico posto. 

Perché non dovrebbe essere possibile nella scuola? Perché c'è il rischio di clientelismo e raccomandazioni? Stendiamo un velo su quel che accade oggi. Basterebbe iniziare a stabilire precise e riconoscibili responsabilità, da quelli che non a caso si chiamano dirigenti scolastici in giù (o in su), cosicché la qualità del lavoro di un certo istituto possa essere fatta risalire a qualcuno con un nome e cognome.

Il passo successivo dovrebbe essere quello della contrattazione individuale, quanto meno sugli obiettivi di prestazione, criterio che pure è in uso nelle altre amministrazioni, ed anche qui è facile smontare l'obiezione del "si sa come va a finire": di nuovo, ci sia una seria catena di verifica e controllo. Ah già, la verifica, la valutazione... ma prima o poi ci si dovrà arrivare, o vogliamo continuare con la leggenda che tutti gli insegnanti, tutti i corsi di tutte le scuole sono uguali, e che qualunque diploma preso in qualunque scuola ha lo stesso identico valore, differenziato solo dal voto di maturità? E sorvoliamo sul fatto che quest'ultimo, ceteris paribus, è da sempre più basso nelle scuole più serie e qualificate, e viceversa.

Quanto sopra non solo non è affatto incompatibile con le regole della nostra macchina statale, ma chiarirebbe quella fittizia "autonomia" scolastica che nominalmente ha persino un valore costituzionale.

Supponiamo che sia una rivoluzione troppo radicale? Però in questo momento c'è in sospeso un ulteriore, e grave, problema: l'accorpamento delle graduatorie in pochissimi ambiti disciplinari, come previsto (e fortunatamente non ancora attuato) dalla riforma Gelmini-Tremonti. Che sarà sì funzionale alle esigenze spicciole del Mef e di controparti sindacali a cui della qualità dell'insegnamento importa poco, ma ha la pesante conseguenza di far svanire ogni residuo di corrispondenza tra le competenze con cui si accede in graduatoria, e le effettive esigenze di un certo insegnamento in una certa scuola. Persino peggio che con l'antico concorso delle ferrovie.

Dato che oggi ognuno dovrebbe essere propositivo, vorrei indicare possibili strade alternative, che provengano da fuori della macchina ministeriale ma non abbiano la generosa e sterile velleità delle consultazioni del "popolo della rete", già tentate più volte.



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