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UNIVERSITA'/ Ribolzi: 5 scelte "politiche" per salvare i giovani

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Nella suo commento al rapporto dell'Anvur sullo stato dell'università e della ricerca presentato martedì 18 marzo a Roma, il ministro Giannini ha esordito dicendo che i moltissimi dati raccolti devono ora essere interpretati, e servire da base per le decisioni politiche. Non posso che essere d'accordo, e provo a dare una lettura personale delle priorità messe in luce in quasi un anno di lavoro. Ne individuerei cinque.

1. Ridurre la dispersione. Il  sistema universitario "produce" troppi "scarti": l'analisi dei dati micro ricavati dall'anagrafe studenti, che ha consentito di seguire per la prima volta i destini individuali degli studenti, mostra che di 100 matricole iscritte alle lauree triennali 15 lasciano nel passaggio al secondo anno, e 15 cambiano facoltà. Per le lauree triennali, il tempo medio di conseguimento del titolo è di 5,1 anni, con rapporti un po' più favorevoli per le lauree magistrali (2,8 anni) e a ciclo unico. Nell'insieme, 1 studente su 5 non conclude gli studi, e la percentuale dei fuoricorso  è del 75% per chi ha un anno di ritardo, e scende progressivamente, ma gli studenti con ben sei anni di ritardo sono più del 15%. 

2. Potenziare l'istruzione superiore non universitaria. L'istituzione di un indirizzo professionalizzante breve, quale era il diploma universitario sconsideratamente abolito, è almeno in parte collegata al punto precedente, perché consentirebbe di recuperare quella parte di dispersione che è legata alla scarsa attrattività dei percorsi accademici per quote rilevanti di giovani, che non continuano dopo il diploma o che abbandonano perché vorrebbero una formazione più immediatamente operativa, come dimostra il successo delle lauree sanitarie in cui solo il 6,1% continua dopo la laurea triennale. Su questo punto il ministro si è formalmente impegnato a promuovere gli Its, d'intesa con il mondo imprenditoriale: le esperienze in atto sono incoraggianti, ma i numeri sono troppo ridotti.

3. Ridurre il divario tra zone geografiche. Il rapporto mostra che lo stato di salute del sistema dell'università e della ricerca è a due velocità, e a confermarlo basterebbe un dato: circa un quinto degli studenti del Mezzogiorno e delle Isole si spostano al Centro (per lo più a Roma) e al Nord. Il movimento inverso è irrilevante. Certamente questo è legato al fatto che in queste zone le possibilità di lavoro successivo alla laurea sono maggiori, ma è anche una presa d'atto delle diverse condizioni di studio. Invece di limitarsi a deplorare questo stato di cose, si potrebbe affidare agli atenei "virtuosi" del Sud il compito di studiare delle soluzioni operative che avviano un miglioramento dell'offerta formativa in termini di indirizzi, personale, centri di ricerca.



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