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SCUOLA/ Ecco i numeri dell’"anomalia" italiana

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Anche la popolazione adulta (25-64 anni) che partecipa all'apprendimento permanente nel nostro paese registra valori percentuali di poco superiori al 5% ben lontano dall'obiettivo del 12,5% posto dalla strategia di Lisbona entro il 2010; risultati analoghi a quelli italiani sono registrati dalla Franca. Il valore medio dell'indicatore nell'Ue27 si attesta all'8,9%. I risultati migliori emergono nei paesi scandinavi (Danimarca, Svezia, Finlandia) e nel Regno Unito nei quali l'obiettivo di Lisbona è ampiamente superato. Le donne partecipano in misura maggiore degli uomini alle attività formative in quasi tutti i paesi Ue, tra cui l'Italia. La più bassa incidenza in Italia rispetto alla media europea è dovuta prevalentemente alla scarsa partecipazione alle attività formative "non formali", quali i corsi di formazione aziendale e altre attività di apprendimento professionale o personale. Più simili risultano invece le quote di individui (soprattutto quelli della classe di età 25-34 anni) impegnati in attività formali. A livello regionale non si registrano sostanziali differenze, tuttavia la Provincia autonoma di Trento mostra la migliore percentuale (8,3%) di partecipazione della popolazione adulta alle attività formative, probabilmente dovuto alla consistente presenza del sistema della formazione professionale provinciale in parallelo al sistema dell'istruzione secondaria.

L'analisi degli indicatori esaminati evidenzia il forte ritardo dell'Italia rispetto alla maggior parte dei paesi europei evidenziando un gap strutturale nello sviluppo del capitale umano, unico investimento strategico per immaginare una qualsiasi crescita economica sostenibile, incardinata nello sviluppo del mercato del lavoro e in una maggiore coesione sociale. L'allarme più forte proviene sicuramente dalla "scelta" di molti giovani di non proseguire gli studi e dai Neet fuori dal circuito formativo e lavorativo, che più di altre situazioni rappresentano un indice di disagio sociale e di esclusione quasi senza ritorno, in particolare nelle aree meno sviluppate del paese. La situazione meriterebbe scelte politiche coraggiose e investimenti in tutta la filiera, orizzontale e verticale, della conoscenza molto più consistenti valorizzando appieno l'autonomia delle istituzioni formative, finalmente chiamate a rendincontare l'apprendimento in termini di effettiva possibilità per ognuno di accedere con competenza al mercato del lavoro e di continuare ad imparare per tutta la vita. 

Un aspetto strategico riguarda l'orientamento inteso come "insieme di attività volte a sostenere le persone nel formulare decisioni e ad attuarle in merito alla loro vita, sul piano educativo, professionale e personale". Quindi la necessità di un sistema formativo che sappia proporre attività di servizio e di sostegno al processo di auto-orientamento sostenendo azioni mirate alla costruzione di competenze orientative specifiche di sviluppo. 



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