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SCUOLA/ Perché leggere non ci piace più?

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Elio Vittorini (1908-1966) con alcuni studenti (Immagine d'archivio)  Elio Vittorini (1908-1966) con alcuni studenti (Immagine d'archivio)

Con cadenza inesorabile è arrivato anche quest'anno il rapporto sull'acquisto e la lettura di libri in Italia. Il rapporto è stato commissionato dal Centro per il libro e la lettura (Cepell), stilato su un campione di 9mila famiglie.

Come da anni accade, i dati non sono positivi ed il calo dei lettori e degli acquirenti di libri riguarda tutte le fasce d'età. E ci si potrebbe fermare qui. Ma si vuole (ed è legittima curiosità per gli addetti del settore) scandagliare  i dati, disaggregarli per conoscere i dettagli di tale disaffezione al libro cartaceo: il buco nero è più profondo al nord o al sud, tra gli uomini o le donne, tra i giovani o gli adulti, e via discorrendo.

Tuttavia l'analisi dei dati può rischiare di lasciare tutto allo status quo se non spinge ad individuare le cause prime di una disaffezione alle pagine stampate e, quindi, mettersi in azione per rimuovere ostacoli all'approccio amoroso ai libri e promuovere una curiosità ed un interesse agli stessi. Non basta certo liquidare la questione addossando la responsabilità alla crisi economica. Certo, in mancanza di liquidità si eliminano i beni voluttuari (il parrucchiere, un paio di scarpe…), ma possiamo annoverare con tranquillità i libri tra i beni voluttuari? Personalmente credo proprio di no. La domanda che sta a monte del problema è quanto valore si attribuisca alla lettura nello sviluppo cognitivo ed esperienziale della persona.

E la stortura parte dalla scuola. Dagli anni settanta in poi (ora il fenomeno è in décalage) si sono impostate le attività di lettura su un'analisi testuale che frammentava il testo per capirlo meglio, con la conseguenza deleteria di trasformare i momenti di lettura in applicazione di una vera e propria "grammatica" classificatoria che si fermava all'individuazione degli elementi che costituivano il testo, lasciando in subordine la comprensione del messaggio (o senso) veicolato dal testo. Ci siamo cascati tutti più o meno. Non era sbagliato di per sé educare gli alunni ad un'analisi del testo. Il limite è che ci fermava a questa, come fine e non come strumento per approcciare una pagina scritta con la curiosità e la trepidazione di penetrare in mondi ed anime prima sconosciute.

I bambini fino ai 6 anni chiedono che siano loro lette e rilette storie, spesso le stesse storie, senza soffrire la noia o disinteresse. Accade anche a questa generazione di "nativi digitali". Poi si aprono le porte della scuola e la lettura rischia di "scolarizzarsi", uno strumento per conoscere e imparare altro. La scommessa che la scuola deve abbracciare è quella di avere la convinzione che la lettura è un bene inesauribile non solo di conoscenza ma di stupore amorevole su mondi esterni e interiori con cui paragonarsi per avere sempre più coscienza di sé, del proprio mondo interiore e delle proprie esperienze di vita. 



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