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SCUOLA/ Cosa fare quando i padri non sono "paterni"?

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Andre Agassi (Infophoto)  Andre Agassi (Infophoto)

Il terzo è John Parenti, un pastore sui generis di "una specie di chiesa, una palazzina per uffici nella parte ovest di Las Vegas. È aconfessionale (…) Pare più un surfista che un pastore" (p. 157). "Ti rendi conto, vero − gli dice un giorno in auto mentre Andre sta guidando un bolide nel deserto di Las Vegas − che Dio non assomiglia affatto a tuo padre? Lo sai, Sì? − A momenti esco di strada. (…) − Quella voce che senti continuamente, quella voce rabbiosa. Non è Dio. È ancora tuo padre. − Mi giro a guardarlo: mi fa un favore? Lo ripeta" (p. 160).

Ora nel racconto di Agassi non c'è nulla di neppur lontanamente simile a un abbraccio stile figliol prodigo, neppure nella variante di Susan Vreeland, con Artemisia Gentileschi e il padre Orazio nei panni dei protagonisti della celeberrima parabola. Emerge però, sfogliando le 502 scorrevoli pagine del libro, un riconoscimento a distanza, tanto più vivido quanto più legato ai ricordi convulsi degli ultimi match, quando lo spazio-tempo prende congedo (come in una buona seduta con lo, non dallo, psicoanalista) e i pensieri sfrecciano dall'infanzia ai giorni nostri senza soluzione di continuità. "Devi fargli venire una vescica al cervello" era la massima del padre da seguire quando l'avversario appariva più forte, o sotto qualche aspetto effettivamente lo era: equivale a sfidarlo sul suo terreno facendogli perdere sicurezza. Nei match degli ultimi anni Agassi non è più il favorito. Non solo contro Sampras o Federer ("che non hanno punti deboli!"), ma con tanti altri; anche con i peones, con i parvenus ogni set diventa un'impresa

Ecco allora, nel pieno del transfert agonistico, affiorare il ricordo del pensiero del padre: "devo fagli venire una vescica al cervello": "Un avversario deve farmi muovere, scattare, costringermi ad affrontarlo, altrimenti giocherà alle mie condizioni. E le mie condizioni sono dure. Soprattutto da quando sto invecchiando" (p. 464). Oppure il pensiero con il quale Agassi onora la pazienza della madre: "ho scambiato il suo silenzio per debolezza, acquiescenza. (…) vuole che sappia che è più forte di quanto sospettassi (…) che sappia che io sono fatto della stessa pasta. Capisco (…) che è sopravvissuta a mio padre, come me" (p. 423). Agli Australian Open, dopo essere uscito a pezzi dal torneo di New York, Agassi incontra di nuovo Clément: "un match carico di rancore quattro mesi dopo che mi ha sbattuto fuori dagli  US Open. (…) Commetto pochi errori e quelli che commetto li lascio rapidamente alle spalle. Mentre Clément borbotta tra sé in francese, io sono serafico. Il figlio di mia madre. Lo batto senza concedergli nemmeno un set" (pp. 223-224). 



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