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SCUOLA/ Matematica (e non solo), ecco il decalogo per insegnare bene

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Da un recente studio dell'Ocse in merito alla correlazione tra successo scolastico in matematica e motivazione emerge che la maggior parte degli studenti italiani - oltre a non ottenere risultati particolarmente brillanti - non crede che un maggiore impegno possa migliorare il loro rendimento e solamente il 19% pensa che la matematica potrebbe dargli una marcia in più su un possibile lavoro futuro. In un articolo uscito di recente su Repubblica si prova ad individuare la ragione di questa difficoltà: "chi si impegna ottiene sempre risultati" afferma una docente di matematica in un liceo scientifico di Palermo; per un pedagogista e docente all'università di Firenze "i ragazzi non vedono l'applicabilità nella vita quotidiana della matematica, che considerano una materia astratta, e di conseguenza perdono l'interesse. [...] Occorrerebbe invece costruire progetti educativi incentrati sull'interesse, ma nel nostro paese questo è un traguardo ancora piuttosto remoto".

Stiamo affrontando un problema che riguarda il significato stesso dello studio, che coinvolge tutte le discipline di cui la matematica è solamente la punta dell'iceberg... Qual è il senso del nostro impegno? Perché vale la pena studiare? Perché matematica? C'è sempre meno senso del dovere e questo potremmo considerarlo un bene, in quanto così lo studente non si accontenterebbe di lavorare solo per portare buoni voti a casa... Anni fa alla domanda "perché studiare?" era frequente trovare una risposta come: "mio padre lavora tutto il giorno e porta i soldi a casa; io studio e devo portare i buoni voti a casa". Oggi siamo nell'epoca storica dell'"A che cosa serve?" e, se oggi non basta dare una risposta "utilitaristica" a questa domanda, diventa ancora più attuale quanto affermava George Polya, un grande matematico ungherese che nel secolo scorso ha offerto un prezioso contributo alla didattica della matematica: "Immaginate di avere in classe un ragazzo bravo e intelligente, non ancora danneggiato dalla scuola, che ancora non vi tema, che in un qualsiasi momento potrebbe chiedervi, onestamente e ingenuamente: «Ma professore, a che serve questo?» Se cercate di figurarvi quello che c'è nella mente di quel bravo ragazzo e di programmare il vostro insegnamento in modo da poter rispondere a quella domanda critica – oppure in modo che egli si senta sempre divertito e sfidato e non abbia alcuna opportunità di porre quella domanda critica – potete diventare un insegnante migliore". 

E anche tra gli studenti c'è chi non si accontenta: "io studio per me, oggi, per crescere un po' di più nella consapevolezza di chi sono e qual è il mio posto nel mondo". Non si tratta di studiare matematica oggi perché mi servirà nel lavoro domani



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