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SCUOLA/ Ribolzi: finire a 18 anni? Si può, usando bene il "jolly"

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Per usare la terminologia anglosassone, i diplomati nella maggioranza dei casi mancano di crediti disciplinari di livello A (advanced) correlati alla facoltà scelta, anche perché sono stati aboliti nel 1969 tutti i vincoli di corrispondenza fra il tipo di secondaria frequentata e il corso di laurea scelto, e i test di accesso, anche dove sono presenti, non sempre accertano il livello di questo tipo di competenze. 

Per tutti questi ragazzi, quindi, si potrebbe pensare ad un quinto anno dedicato all'italiano, ad alcune materie strumentali (la seconda lingua, l'informatica) e alle materie dell'area disciplinare che si intende scegliere. Questo consentirebbe tra l'altro una verifica dell'effettiva propensione per un certo tipo di studi, riducendo gli abbandoni, i ritardi da cattivo orientamento, e anche i trasferimenti, che comportano comunque dei costi personali e sociali.  In queste classi preparatorie potrebbero insegnare i docenti più preparati, con maggiore esperienza didattica o di ricerca, analogamente a quanto accade in Francia nelle classes préparatoires alle Grandes écoles, segnando un interessante sviluppo di carriera, anche se su piccoli numeri.

Come utilizzare poi il quinto anno per i restanti 35-40 diplomati? Per i pochi che continuano la formazione ma non all'università, vale la proposta fatta finora, mentre per chi si immette subito sul mercato del lavoro, incontrando difficoltà troppo note per dilungarci in questa sede, sarebbe possibile "spendere" il quinto anno per inserire nella formazione gli aspetti operativi.  Vedo almeno tre possibilità: un contratto di apprendistato, per chi intende entrare subito sul mercato del lavoro ed ha bisogno di una formazione on the job assistita e regolamentata, che richiede la presenza di tutor; un anno di specializzazione tecnico-pratica che dia ampio spazio agli stages, per chi intende proseguire negli Its e nei master o fruire di una ulteriore, anche se breve, qualificazione, che richiede docenti tecnico-pratici ma soprattutto tutor aziendali; un anno all'estero per perfezionare le lingue o completare la preparazione con un master in lingua straniera, magari prima di iscriversi all'università.

È possibile anche un'ulteriore alternativa, quella di trasformare il quinto anno in un credito formativo da spendere nel seguito della vita, ipotesi suggestiva ma che richiederebbe un ben diverso impianto del sistema di formazione permanente quasi assente o quantomeno debolissimo e distribuito in modo disuguale nel nostro paese.  

Una scelta di questo tipo, che ho solo molto schematicamente esposto, consentirebbe una qualificazione differenziata in base alle esigenze dei singoli, e non a quelle della struttura, potenzierebbe i legami dei giovani in formazione con le esigenze dei mercati del lavoro locale, ma anche internazionale, e infine fornirebbe ai docenti migliori qualche possibilità di carriera. 



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COMMENTI
03/03/2014 - Capita anche alle migliori... (Franco Labella)

Quando si interviene su un tema improvvisato (perchè quella della Carrozza è stata una "genialata" senza alcuna elaborazione che non fosse il taglio "risparmioso") anche analiste rigorose come la prof.ssa Ribolzi scivolano e si incartano. L'autrice apre la sua analisi con un incipit di buonsenso (non si può pensare di fare in quattro anni quello che si faceva in cinque) ma chiude il suo articolo con l'anatema della ennesima riforma. Ed allora come si tengono i due corni del problema? Si tengono solo col collante che la prof.ssa Ribolzi con onestà scrive e giustifica: si risparmiano un bel po' di soldi e si tagliano un bel po' di posti di lavoro. Devo dire che rileggendo le ipotesi di differenziazione dei percorsi mi è tornato in mente (lavoro in un ex magistrale da quasi 20 anni) l'anno integrativo che doveva servire appunto a fornire ai diplomati di quel tipo di scuola le integrazioni necessarie per i percorsi universitari altrimenti limitati a Magistero. Ma allora mi chiedo e chiedo alla prof.ssa Ribolzi: tanto clamore per continuare a tagliare sull'istruzione? Ed abbiamo bisogno del solito "Ce lo chiede l'Europa" (nemmeno tutta per la verità)? Forse aveva ragione Cominelli quando parlava dei vietcong. E' storia vecchia solo che Cominelli non ricorda che parlare di vietcong porta male. Perché se lo scopo era dare consigli al ministro Giannini riportare alla memoria l'elicottero con l'ambasciatore americano che se la svigna prima della presa di Saigon non è...

 
03/03/2014 - ma per carità (martino bellani)

Abbiamo avuto, una volta tanto, una gran fortuna: una proposta balorda di un ministro incompetente affossata dalla fine, mai troppo prematura, di un pessimo governo. Dobbiamo metterci noi a tentare di resuscitarla? Ma per favore!