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SCUOLA/ Ribolzi: finire a 18 anni? Si può, usando bene il "jolly"

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Negli ultimi tempi si è riacceso anche su queste pagine il dibattito sull'opportunità di anticipare a 18 anni la fine della scuola secondaria, con l'obiettivo esplicito di recuperare il ritardo nei confronti dei giovani europei che si presentano sul mercato del lavoro un anno prima, e quello, più implicito ma non meno importante, di ottenere considerevoli risparmi. Su quest'ultimo punto, si fanno stime variabili e, a dire il vero, non sempre accurate: non si può semplicisticamente ridurre i costi della cifra equivalente al 20% della spesa per la secondaria, e nemmeno sottrarre dalla spesa il costo alunno di ciascun indirizzo della secondaria (costo molto variabile appunto in ragione degli indirizzi) moltiplicato per il numero medio di alunni del quinto anno. Il contenimento dei costi va stimato, come pure le conseguenze in termini di occupazione, strutture, servizi e quant'altro. 

Quali sono dunque i possibili vantaggi di una riduzione degli anni di scuola? Anzitutto, mi sembra opportuno precisare che la proposta sbrigativamente etichettata come "secondaria di quattro anni" non può significare semplicemente comprimere in quattro anni esattamente quel che si fa in cinque, ipotesi inammissibile, ma andrebbe formulata più correttamente come ripensamento dell'intero quadriennio o meglio ancora come ipotesi di ridurre il percorso scolastico da tredici a dodici anni, con una opportuna rimodulazione dei tre periodi (tre moduli di quattro anni, un modulo di sette ed uno di cinque…), affrontando possibilmente anche il problema della fragilità della scuola secondaria di primo grado. Si tratta dunque di pensare ad una maturità generale alla fine del quarto anno, e ad un utilizzo diverso del quinto anno. 

Un certo numero di famiglie sarebbe soddisfatto anche solo della possibilità di terminare il percorso formativo un anno prima, mandando subito i ragazzi all'università o a lavorare: il mio parere è però che questo quinto anno venga utilizzato in modo diversificato, proprio per venire incontro alle esigenze, anch'esse differenziate, degli studenti. Se si prende in considerazione chi si iscrive all'università subito dopo il diploma (attualmente circa la metà dei diplomati), o dopo un periodo più o meno lungo in cui fa altro (circa il 15%), l'ultimo dato disponibile dice che a sei anni dall'iscrizione circa la metà ha conseguito la laurea, il 34% ha abbandonato e il 16% è ancora iscritto. Questo altissimo tasso di dispersione, concentrato nel passaggio fra il primo e il secondo anno, in cui circa uno studente su sei abbandona, è dovuto ad un insieme di cause, tra cui ha un peso non piccolo la mancanza di una preparazione specifica per il settore disciplinare scelto, e in certi casi perfino delle competenze trasversali. 



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COMMENTI
03/03/2014 - Capita anche alle migliori... (Franco Labella)

Quando si interviene su un tema improvvisato (perchè quella della Carrozza è stata una "genialata" senza alcuna elaborazione che non fosse il taglio "risparmioso") anche analiste rigorose come la prof.ssa Ribolzi scivolano e si incartano. L'autrice apre la sua analisi con un incipit di buonsenso (non si può pensare di fare in quattro anni quello che si faceva in cinque) ma chiude il suo articolo con l'anatema della ennesima riforma. Ed allora come si tengono i due corni del problema? Si tengono solo col collante che la prof.ssa Ribolzi con onestà scrive e giustifica: si risparmiano un bel po' di soldi e si tagliano un bel po' di posti di lavoro. Devo dire che rileggendo le ipotesi di differenziazione dei percorsi mi è tornato in mente (lavoro in un ex magistrale da quasi 20 anni) l'anno integrativo che doveva servire appunto a fornire ai diplomati di quel tipo di scuola le integrazioni necessarie per i percorsi universitari altrimenti limitati a Magistero. Ma allora mi chiedo e chiedo alla prof.ssa Ribolzi: tanto clamore per continuare a tagliare sull'istruzione? Ed abbiamo bisogno del solito "Ce lo chiede l'Europa" (nemmeno tutta per la verità)? Forse aveva ragione Cominelli quando parlava dei vietcong. E' storia vecchia solo che Cominelli non ricorda che parlare di vietcong porta male. Perché se lo scopo era dare consigli al ministro Giannini riportare alla memoria l'elicottero con l'ambasciatore americano che se la svigna prima della presa di Saigon non è...

 
03/03/2014 - ma per carità (martino bellani)

Abbiamo avuto, una volta tanto, una gran fortuna: una proposta balorda di un ministro incompetente affossata dalla fine, mai troppo prematura, di un pessimo governo. Dobbiamo metterci noi a tentare di resuscitarla? Ma per favore!