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SCUOLA/ Quando un operatore elettrico incontra Dante (e Beatrice)

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Leonardo da Vinci, Uomo vitruviano (1490 circa) (Immagine d'archivio)  Leonardo da Vinci, Uomo vitruviano (1490 circa) (Immagine d'archivio)

"Profe, non so se lei ha in mente ma, in India, ci sono le mucche sacre. Sono bianche e sono talmente segno di Dio che non si possono neanche toccare. Ecco, secondo me Dante, quando dice che Beatrice compare 'vestita di colore bianchissimo' vuol dire questo: che è sacra". 

Questa risposta, data da un alunno indiano di terza Operatore Elettrico, è solo una delle impensabili sorprese riservateci da qualche lezione sulla Vita Nuova di Dante Alighieri. 

L'idea è nata e si è sviluppata per approssimazioni successive. All'inizio, si pensava di inserire nel percorso di terza almeno il primo canto della Commedia. Poi, confrontandosi con altri docenti, ci si è accorti che era indispensabile cominciare con La Vita Nuova; discorrendo con una studentessa universitaria appassionata di Dante, viene l'idea di cominciare facendo tenere a lei una lezione su questo testo. 

Addentrandoci nella lettura, si pongono ai ragazzi continue domande, per vedere se riescono a seguire. Ogni loro risposta, reazione, è preziosa per noi: tutto può essere un punto di partenza per capire di più. Così, l'inaspettata risposta dell'alunno indiano; così, un'altra domanda di un suo connazionale. Si stava spiegando la poesia della loda: Dante, ad un certo punto, si accorge che, anche se Beatrice gli ha tolto il saluto, quando lui la vede vivere lei gli cambia ancora il cuore, forse anche più di prima. Harnek salta su: "Ma questo qui, che cazzo ha visto?!": ancora adesso, mi chiedo se potesse esserci domanda più intelligente. 

Alla fine dell'ora, si avvicina un ragazzo: "Comunque, questa storia di Dante mi è proprio piaciuta. È una bella storia". Obietto che, avendo Beatrice appena tolto il saluto a Dante, non sembra proprio "una bella storia". "No profe, lei non può dire così. Le cose che ci ha detto, che lui scrive dopo che lei gli ha tolto il saluto, sono così belle che non può dire che finisce male"; gli faccio notare che non è da tutti dire una cosa del genere, ma lui ribatte ancora: "Va bene, profe, peccato che cose come quelle che racconta Dante accadono veramente".

Mi ricorda un alunno di prima che, alla traccia di un tema che cominciava con "È possibile...", rispondeva concludendo il suo racconto con queste parole: "È possibile, perché a me è successo". 

Shakespeare scrive che "ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia". La loro concretezza di alunni così, tecnici, "operatori", come vengono qualificati, priva di concettualizzazioni, di sicuro priva di qualsivoglia filosofia, è per noi studiosi, laureati, una risorsa della quale occorre accorgersi. 



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