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SCUOLA/ Chi c'è in mezzo tra noi e l'apprendistato "tedesco"?

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Sarebbero questi interventi necessari, ma non sufficienti ad attivare una disciplina ostacolata anche − se non soprattutto − dall'inadempienza o disinteresse delle parti sociali (circa il 15% dei Ccnl regola questa tipologia di apprendistato) e dal caotico esercizio della competenza esclusiva delle Regioni in materia di istruzione e formazione professionale. Non si dimentichi, come ricordato in un recente appello firmato da Acli, Cdo e Salesiani, che in meno della metà delle Regioni è garantita ai ragazzi la possibilità di assolvere l'obbligo di istruzione e adempiere il diritto/dovere all'istruzione e alla formazione come previsto dall'ordinamento in vigore a partire dall'anno scolastico 2010/2011 (senza la scappatoia della sussidiarietà "al contrario"). 

Il dl 34/2014 ha inaspettatamente raccolto questa richiesta proveniente da operatori e addetti ai lavori e, non potendo disporre della riformulazione delle competenze (inizierà nelle prossime settimane la discussione sulla riforma del Titolo V della Costituzione, da monitorare), né volendo "statalizzare" la contrattazione collettiva, è intervenuto  sul nodo del salario. Lo ha fatto senza scegliere una parametrizzazione complessiva dello stipendio dell'apprendista-studente rispetto a quello del professionalizzante o del dipendente "standard", bensì prevedendo che «fatta salva l'autonomia della contrattazione collettiva (…) al lavoratore è riconosciuta una retribuzione che tenga conto delle ore di lavoro effettivamente prestate nonché delle ore di formazione nella misura del 35% del relativo monte ore complessivo». Si tratta probabilmente di una mediazione politica tra due estremi. 

La soluzione, come è già stato osservato, genererà trattamenti diversi in Regioni diverse, a parità di mansione, in ragione del diverso numero di ore di formazione deliberate dal legislatore locale. Questo certamente può scoraggiare l'impresa, sebbene la logica di fondo sia facilmente comprensibile e invero non determinante nessuna discriminazione: indipendentemente dalla tipologia di contratto di lavoro, se si lavora per più ore si è ovviamente pagati in misura maggiore di quando si lavora poco. 

Il limite di questa previsione non è quindi da ricercarsi tanto nella differenziazione regionale, quanto nel mancato coraggio di "affondare il colpo" affermando normativamente che le ore di "scuola" non andrebbero proprio pagate. Come d'altra parte non sono pagate a nessun allievo in diritto-dovere non lavoratore. Nell'apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale la formazione frequentata è istruzione "vera", con classe, banchi e compagni di scuola, che potrebbero essere anche non apprendisti, sebbene sia sempre preferibile la costruzione di classi dedicate. La vera discriminazione non è quindi quella tra apprendisti di diverse regioni, ma tra studenti della stessa località. Peccato, inoltre, non avere tentato di portare anche l'istruzione tecnica e liceale nel "primo livello", ovvero all'articolo 3.



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