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SCUOLA/ Chi c'è in mezzo tra noi e l'apprendistato "tedesco"?

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Tentativo esattamente opposto è stato quello realizzato lo scorso anno dal Governo Letta, che con l'articolo 8-bis del decreto legge 12 settembre 2013, n. 104, convertito con modificazioni in legge 8 novembre 2013, n. 128, ha voluto avviare un programma sperimentale per lo svolgimento di periodi di formazione in azienda, per il triennio 2014-2016, rivolto agli studenti del quarto e quinto anno delle scuole secondarie di secondo grado, mediante la stipulazione di contratti di apprendistato per l'alta formazione in deroga all'articolo 5 del Testo Unico del 2011, rivolto a giovani over 18. Norma passata quasi inosservata, anche perché profilata su alcune grandi imprese e arenatasi, fino ad ora, in una estenuante trattativa tra ministeri competenti per la scrittura del necessario decreto attuativo. Tentativo opposto non solo nella soluzione tecnica adottata (intervento sull'articolo 5), ma soprattutto nella direzione culturale: il contratto di apprendistato diventa, nella logica del decreto 104/2013, un "premio" per i migliori studenti. Sempre e solo, però, se hanno già compiuto l'età da lavoro, non gli "affrettati" 15 anni dell'articolo 3.

Entrambe le ipotesi di riforma confermano che il metodo pedagogico dell'integrazione scuola-lavoro per un migliore, più veloce e più sicuro inserimento dei giovani nel mercato del lavoro non è adottabile mediante escamotage normativi o improvvisazioni legislative, ma solo affermando apertamente e alla luce del sole la valenza educativa e formativa del lavoro. È solo questa convinzione culturale, apprezzabilmente accennata nella proposta contenuta nel decreto del ministro Poletti, che può permettere al legislatore di pagare meno l'apprendista quindicenne senza sentirsi in colpa perché facilita lo sfruttamento minorile, ma anzi inorgogliendosi perché offre a una generazione alla deriva un'occasione di concretezza e di formazione a contatto con la realtà che non solo faciliterà l'occupabilità di quel quindicenne, ma anche la sua maturità umana. È la diffidenza culturale di politici, parti sociali, imprese e famiglie il vero ostacolo alla realizzazione italiana dell'apprendistato tedesco. Di cui si parla tanto, è vero. Ma per "i figli degli altri". E purtroppo contro un pregiudizio culturale la norma, anche la più perfetta, nulla può.

@EMassagli




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