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SCUOLA/ Umanisti e smanettoni? Insieme si deve

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Nel suo libro dal significativo titolo Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Martha Nussbaum sostiene che molti Paesi alle prese con la crisi economica, attraverso le politiche di spending review impongono pesanti tagli agli studi umanistici ed artistici a favore dello sviluppo di abilità tecniche e conoscenze pratico-scientifiche. 

Una decisione non errata del tutto, ma che potremmo definire particolarmente "miope", poiché in questo modo mentre il mondo diventa sempre più complesso, interdipendente e globalizzato, gli strumenti per analizzarlo e comprenderlo, nell'accezione weberiana, si fanno più poveri e rudimentali, senza una significativa capacità speculativa. Allo stesso modo, mentre l'innovazione richiede intelligenze flessibili, aperte e creative, l'istruzione tende a ripiegarsi su poche nozioni, talvolta stereotipate, che non generano l'acquisizione di senso critico. L'autrice precisa che non si tratta di difendere una presunta superiorità della cultura classica su quella scientifica, bensì di mantenere l'accesso a una conoscenza che nutra la libertà di pensiero e di parola, la capacità di maturare un'autonomia di giudizio, acquisire la forza dell'immaginazione, come altrettante precondizioni per una umanità matura e responsabile. 

Se è vero che senza istruzione non c'è progresso, la cultura umanistica è il vero strumento in grado di promuovere in ogni persona la capacità di autoesaminarsi e di riflettere su se stessa, a beneficio di una "cultura pubblica deliberativa più riflessiva" che, come sostiene la Nussbaum, rende critici e meno vulnerabili di fronte agli altri, all'autorità e alla pervasività delle tendenze. Non a caso l'autrice precisa che "solo la cultura umanistica educa una democrazia", la cui essenza politicamente critica rischia di essere schiacciata dalla logica economica del profitto secondo cui il benessere di un paese si misura sulla base di criteri esclusivamente economico-numerici. La maggior parte delle nazioni inseriscono i propri giovani all'interno di un contesto scolastico strutturato verso il successo puramente materialistico, piuttosto che su piani più lungimiranti che educhino ciascun cittadino alla conoscenza adeguata della storia del mondo, alla responsabilità etica, politica e morale. 

Una posizione condivisa da Umberto Eco, quando sostiene che il futuro sarà sempre più dominato dal "software" a scapito dello "hardware", ovvero dalla elaborazione di programmi più che dalla produzione di oggetti che ne consentono l'applicazione. Per questa ragione, anche nel mondo dell'innovazione tecnologica, l'avvenire dei nuovi lavori è di chi sappia ragionare in modo astratto e sia in grado di sistematizzare concetti e problematizzare eventi, allo scopo di inventare programmi e trovare soluzione a problemi che nell'economia della flessibilità e della rete sorgono in modo repentino e inatteso. 



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