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SCUOLA/ Quando il Tar "aiuta" la parità reale

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L'esiguità delle risorse finanziarie (che sta sferzando pesantemente lo Stato sociale) si scontra con l'esigenza di garantire i diritti fondamentali: i vincoli alla disponibilità di risorse (posti anche, ma non solo, dall'Ue) hanno determinato e stanno determinando un arretramento delle tutele e delle prestazioni rivolte ai cittadini in tutti i settori del welfare, come noto. Meno noto è il dibattito attorno alle soluzioni che potrebbero essere intraprese nei vari settori, posto che, quantomeno per i diritti e le libertà fondamentali, il semplice "taglio dei costi" non può essere giustificato a lungo con la litania del "Ce lo chiede l'Europa". 

Particolarmente interessante, per il settore scolastico, il dibattito avviato attorno al concetto di costo standard, inteso quale parametro di riferimento da adottare per il finanziamento del sistema pubblico di istruzione (scuole statali e non). Il meccanismo (da non confondersi con il costo medio per studente) è di facile intuizione e certo accattivante, in quanto ancorerebbe a uno standard il trasferimento delle risorse a tutte le scuole pubbliche (in omaggio alla parità scolastica, a condizione naturalmente che siano rispettati "gli obblighi delle scuole non statali" posti dalla legge al fine di assicurare "un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali" – art. 33 Cost.). Per vero, il meccanismo era già stato introdotto con il cosiddetto federalismo fiscale, quale parametro che, affiancato al fabbisogno standard, dovrebbe quantificare il finanziamento (integrale e a carico dello Stato) dei Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) concernenti i diritti sociali, attraverso la classificazione delle spese relative specifici diritti sociali: sanità, assistenza e istruzione. La riforma, che ha subito una battuta di arresto con l'emergere della crisi, pare essere in lenta ripresa e per ora l'unico settore per il quale sono già stati determinati i Lep è la sanità.

Il costo standard, pur con le difficoltà di determinazione concreta che diversi interlocutori hanno sottolineato (cfr. Andrea Gavosto, Fondazione Agnelli), potrebbe aprire la strada ad un'analisi puntigliosa e approfondita di costi e spese, quantomeno in vista di una loro razionalizzazione. Più in generale, l'attenzione dovuta alle risorse disponibili potrebbe mettere in evidenza se esse sono oggi utilizzate per realizzare l'effettivo esercizio del diritto all'istruzione, in cui è compresa la libertà di scelta, ed essere l'occasione per individuare quali costi e spese siano davvero necessari per compierlo, concentrando le risorse su esse e non su altro, quali programmi e attività ministeriali della cui opportunità si potrebbe almeno discutere (vedi ad es. i 10 mln di euro sull'educazione al gender).

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COMMENTI
30/04/2014 - ALLE PARITARIE I “RISPARMI” DI GELMINI? (1/2) (Vincenzo Pascuzzi)

Gentile Elisa Fagnani, apprezzo e ringrazio per la replica. Peraltro, la sentenza del Tar non è definitiva ed è possibile il ricorso al C.d.S. Capisco perfettamente la sua esigenza familiare in ordine alla “istruzione dei figli piccoli oggi” verso la quale non ho nessuna preclusione di principio o ideologica. Esigenze analoghe sono numerose e diffuse anche in altri settori. Un mio familiare, proprio oggi, dal Cup regionale si è sentito proporre per una ecografia la data di ottobre 2015, cioè tra 17 mesi! A mio giudizio, simili esigenze non possono che essere affrontate a livello complessivo nazionale, regionale o di altro territorio. È il servizio collettivo fornito che deve portarsi a livelli migliori e soddisfacenti per tutti. Tornando alla scuola, sono noti i problemi endemici di quella statale: sicurezza degli edifici, affollamento delle classi, dispersione, precariato, retribuzioni indecenti del personale ed altri ancora. Problemi imputabili principalmente ai vari politici e ministri (compreso l’attuale: v. articolo di Giorgio Chiosso del 28 aprile), alla mancanza di strategie condivise, all’insufficienza delle risorse che furono tagliate nel 2008 e non più ripristinate. Ma anche la scuola paritaria cattolica ha-avrà sicuramente i suoi problemi: calo di iscrizioni, gestione padronale del personale, anche difficoltà economiche, sicuramente altri che non sappiamo.

 
30/04/2014 - ALLE PARITARIE I “RISPARMI” DI GELMINI? (2/2) (Vincenzo Pascuzzi)

Pertanto sarebbe un incomprensibile autolesionismo per lo Stato togliere ancora risorse alle statali per darle alle paritarie. Già adesso queste ultime ricevono circa 500 mln di euro all’anno che corrispondono – guarda caso! – proprio ai 500 mln che lo stesso Stato fa pagare ai genitori a titolo di "contributi volontari". Ancor più improponibile l’obiettivo prospettato dall'Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola il 15 marzo davanti al Duomo: “una pluralità di modelli educativi che le istituzioni garantiscono fino alla dimensione economica”. Come possono pensare l’Agesc, la Fidae, la stessa Cei di richiedere ed ottenere dallo Stato i 6 mld che – come dicono loro stessi – fanno “risparmiare” ogni anno? E non sarebbe questa somma enorme quasi pari proprio agli 8 e più mld tagliati da Gelmini? La questione paritarie ha anche diversi altri aspetti da affrontare e dibattere anche dopo il 10 maggio.

 
26/04/2014 - “Annamo ar Cupolone” (1/2) (Vincenzo Pascuzzi)

1) C’è chi cerca di fare buon viso a cattivo gioco, ma Il Tar ha riconosciuto che la Regione Lombardia ha discriminato gli studenti della scuola pubblica. Così dice chiaramente la sentenza del Tar: “L’amministrazione ha previsto, senza alcuna giustificazione ragionevole e con palese disparità di trattamento, delle erogazioni economiche diverse e più favorevoli per coloro che frequentano una scuola paritaria... pur a fronte della medesima necessità e della medesima situazione di bisogno economico”. 2) Con un solo piolo, corta e stretta: così apparirebbe la dote scuola lombarda paragonata a una scala. Più che dote, un’elemosina insufficiente e aleatoria per la "famiglia medio-benestante di 4 persone", che - secondo i conti di Maria Eva Virga (13.4.2014) – la scuola paritaria già se la può permettere di per sé. Scuola inarrivabile e perciò nessuna libertà di scelta, invece, per gli incapienti fino a 8 o 16.000 euro di Isee. Gli stessi incapienti già beffati dall'esca elettorale di 80 euro! Infatti mille euro di dote corrispondono solo alla quarta o quinta parte della retta annuale di una privata. 3) Per le finanze e il bilancio statale non è assolutamente nemmeno ipotizzabile in futuro l’erogazione di contributi pari o prossimi all’ammontare delle rette delle scuole paritarie! Occorrerebbero circa 6 miliardi e apparirebbe paradossale e intollerabile il contributo volontario-obbligatorio chiesto dalle statali e che finisce poi come dote scuola alle paritarie!

 
26/04/2014 - “Annamo ar Cupolone” (2/2) (Vincenzo Pascuzzi)

4) Cardinali, vescovi, preti, suore e laici sono mobilitati dalla Cei per difendere, incrementare, estendere i contributi statali per le paritarie cattoliche, in pesante crisi di iscrizioni. Dopo incontri o feste cittadine del tipo ”Andemm al Domm” del 15 marzo a Milano, per il 10 maggio è in programma una manifestazione nazionale a Roma in piazza S. Pietro. Una sorta di …. “Annamo ar Cupolone” con migliaia studenti delle cattoliche da tutt’Italia fare numero e indiretta pressione su alcuni politici interessati. Però non è scontato, è ancora da vedere se papa Bergoglio supporterà i suoi cardinali, vescovi, ecc. in questa loro iniziativa appoggiando davvero quella che potrebbe apparire come una anacronistica crociata, quasi una riedizione della crociata dei fanciulli di otto secoli addietro.

RISPOSTA:

Caro Pascuzzi, mi trova d’accordo quando dice che la difesa delle scuole paritarie può apparire come un’anacronistica crociata, ma purtroppo io ho i figli piccoli oggi e oggi devo occuparmi della loro istruzione: nel 2014, e non 30 anni fa. Sarebbe bello se potessi in piena libertà scegliere la scuola cui iscriverli, ma purtroppo siamo ancora allo stesso punto di 30 anni fa. Mi permetto solo di segnalarle che l’affermazione del Tar che lei ha riportato non è riferita al buono scuola: il fatto che venga concesso solo a chi sostiene una retta per l’istruzione dei figli è stato ritenuto, giustamente e per l’ennesima volta, ragionevole. I ricorrenti (i cui figli sono iscritti a scuole statali) sostenevano, tra le altre cose, che il buono scuola fosse dovuto anche a loro, perché si realizzasse la parità di trattamento. Il trattamento “non pari” il Tar lo ha rilevato invece solo sul sostegno al reddito (che è quella misura che in pratica va a coprire le spese per i libri di testo): era più elevato per chi frequentava le scuole paritarie. Ma da quest’anno il sistema è stato ritoccato e c’è piena parità di trattamento: l'importo è basso per tutti! EF