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UNIVERSITA'/ Due idee per scongiurarne la fine

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Biblioteca Malatestiana di Cesena, Aula del Nuti (XV sec.) (Immagine d'archivio)  Biblioteca Malatestiana di Cesena, Aula del Nuti (XV sec.) (Immagine d'archivio)

Ma, di là dalle questioni contingenti, quali sono le vere poste in gioco? 

Ne vedo sostanzialmente due. La prima è l'idea di cultura. Gli ultimi mesi sono stati il teatro di un felice dibattito sul ruolo della cultura umanistica in Italia e gli interventi pubblicati hanno costituito, nella loro prevedibile diversità, uno dei dossier più ricchi e interessanti degli anni recenti. Nel manifesto che ha dato fuoco alle polveri, Esposito, Galli della Loggia e Asor Rosa denunciavano: «ci sembra inaudito che da decenni manchi qualsiasi discussione pubblica appena impegnativa sulle forme, i contenuti e i fini che l'istruzione stessa dovrebbe avere». Bene, finalmente una discussione c'è stata! Ma che cosa concluderne? La mia impressione è che non c'è un problema della cultura umanistica: il problema è della cultura in assoluto. 

Cultura significa interrogarsi sui mezzi ma ancor prima sui fini. Cultura significa pensare che la libertà è indispensabile alla ricerca, e che sottoporla a criteri immediati di utilità è distruttivo (non solo per le lettere, ma anche per le scienze). Cultura significa essere convinti che l'incontro tra metodi e tradizioni differenti non è un'eccezione da tollerare, ma la regola da seguire. Cultura è pensare, come voleva Platone nel Fedro, che la verità va ascoltata anche se viene detta da una quercia (la quale, notoriamente, aveva un basso Impact Factor in Attica). È bello ricordare che, di fronte alla barbarie crescente del nazismo, Edmund Husserl non invocava la resistenza armata, ma la cultura, più esattamente la ricerca libera di una comprensione di sé e del mondo, che riesce anche a colmare il fossato tra scienze umane e naturali. 

Ideale arcaico? Non credo. Oggi le barbarie sono diverse, ma non la cura. Qualche settimana fa, in un corso di introduzione alla filosofia per studenti di economia, cercai di spiegare perché «la verità ci rende liberi» (senza citare l'autore di quest'affermazione: confesso il plagio). Moltissimi studenti all'esame, non richiesti, me lo hanno ripetuto convinti: la verità ci renderà liberi. Bene, ho pensato che, se fosse per gli studenti, l'università avrebbe un futuro radioso.

La seconda è il rapporto di fiducia che deve vigere tra le autorità dello Stato e l'università. In fondo è qui il grande problema della burocrazia: la sua ipertrofia (sommata, paradossalmente ma non tanto, alla cecità e all'assenza di sanzioni per i pochi nullafacenti) veicola una continua, frustrante mancanza di fiducia, che fa passare la voglia di lavorare e di prendere iniziative, o addirittura le rende impossibili. Fiducia significa che si deve supporre che le cose siano fatte bene a meno che consti il contrario. In uno scambio privato, un collega mi ha detto che questa supposizione è «comica». Lo ammetto, è comica. 



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