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UNIVERSITA'/ Due idee per scongiurarne la fine

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Biblioteca Malatestiana di Cesena, Aula del Nuti (XV sec.) (Immagine d'archivio)  Biblioteca Malatestiana di Cesena, Aula del Nuti (XV sec.) (Immagine d'archivio)

Quand'ero un giovane studente universitario mi trovai ad ascoltare un professore che sosteneva, con l'aria un po' sorniona, che lo scopo dell'università non era diffondere la cultura, ma preservarla: un professore doveva quindi ritenersi completamente soddisfatto dopo aver formato in vita sua un solo studente che gli succedesse. Mai avrei immaginato che quello che mi pareva un minimalismo spiritoso molti anni più tardi avrebbe avuto il suono di un desiderio smisurato e utopico. Se il numero dei docenti nell'università italiana sta crollando, se l'orientamento politico è verso una loro ulteriore riduzione, ciò significa che moltissimi non hanno avuto e non avranno nessun successore. 

La pachidermica macchina dell'Asn (Abilitazione scientifica nazionale), sempre che non venga affossata da qualche giudice, servirà quasi interamente per doverose promozioni, non per nuove immissioni in ruolo. Molti dei professori rimasti, sfiniti da adempimenti burocratici, cercano solo di andare in pensione il prima possibile, e quando incontrano uno studente brillante non hanno di meglio da consigliare che darsela a gambe, mirando ad altro lavoro o altra nazione. Certo, in alcuni casi (quelli che chiamerei dei «professori per caso») qualcuno potrebbe chiosare: fortuna che non ci sono successori! Ma il più delle volte ciò significa tradizioni di studio e di ricerca interrotte o indebolite, innovazioni spente sul loro nascere, lacune macroscopiche nei curricula di studio. 

E, andando avanti, chiusure di corsi di laurea, diminuzione netta del numero degli studenti e dei laureati. Il Rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca 2013, meritoriamente elaborato dall'Anvur, ha tracciato in proposito un quadro inequivocabile: l'università italiana sta morendo.

Che cosa accadrà? Impossibile dirlo, le azioni umane implicano sempre una dose di libertà e le previsioni sono impossibili. Non è dato di sapere se l'attuale governo (sia nella sua guida Matteo Renzi, sia nella responsabile dell'Università Stefania Giannini) farà qualcosa, facendo seguire gli atti alle parole (e in alcuni casi anzitutto sostituendo i silenzi con le parole). La posta in gioco è enorme, ma l'università non è un tema popolare se non presso gli studenti, che in fondo sono pochi e stanno diminuendo. 

L'elenco delle cose da realizzare e da incoraggiare è però chiaro: su queste pagine gli articoli di Luisa Ribolzi e di Carla Barbati hanno già formulato proposte sufficientemente precise e totalmente condivisibili. Pure l'ultimo punto invocato da Luisa Ribolzi, «mettere a sistema la valutazione» lo è, purché questo significhi contemporaneamente intervenire nell'attuale normativa con il machete, a cominciare da quella emessa nei giorni scorsi, sgrammaticata e lunare (per citare uno Scalfaro d'antan). Ma di ciò ho già scritto altrove.



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