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SCUOLA/ Don Giussani e la "scelta" tra la fede e la ragione

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Dal film "Marcellino pane e vino" di Ladislao Vajda (1955) (Immagine d'archivio)  Dal film "Marcellino pane e vino" di Ladislao Vajda (1955) (Immagine d'archivio)

2) Noi sperimentiamo che la realtà che conosciamo non contiene il suo significato se non come un segno che rinvia ad altro. Don Giussani lo dice così: "Quando giunge al suo vertice nell'esame di una cosa, … la nostra natura umana sente che c'è qualcosa d'altro. Questo definisce l'idea di segno: la nostra natura sente che quello che vive, che quello che ha tra mano, rimanda ad altro" (p. 29).

3) La fede, perciò, viene proposta come suprema razionalità perché risponde più di qualsiasi altra ipotesi alle esigenze del cuore. Questa affermazione: che la fede viene proposta come suprema razionalità è ripetuta tre volte nel giro di poche pagine: 29, 30, 32. La formulazione più completa e definitiva è la terza, la quale dice così: "La fede viene proposta come suprema razionalità, in quanto l'incontro con l'avvenimento che la veicola genera un'esperienza e una corrispondenza all'umano impensata, impensabile" (p. 32).

Dunque, traduciamo. Se la realtà fosse priva di significato, il bisogno di significato che è stampato nel cuore dell'uomo sarebbe un messaggio menzognero e fuorviante; la fede, tra le ipotesi che si possono fare sul senso della vita, è una proposta che corrisponde in maniera impensata e impensabile all'umano. Questa suprema razionalità è ciò che interessa a don Giussani come tema della comunicazione educativa.

Ma qual è il contesto storico in cui Giussani colloca le sue riflessioni? Questo sarà il contenuto della seconda parte del mio intervento.

(1 − continua)



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