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SCUOLA/ Don Giussani e la "scelta" tra la fede e la ragione

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Dal film "Marcellino pane e vino" di Ladislao Vajda (1955) (Immagine d'archivio)  Dal film "Marcellino pane e vino" di Ladislao Vajda (1955) (Immagine d'archivio)

Nel 1977 don Luigi Giussani pubblicò uno dei suoi testi più importanti, "Il rischio educativo". Luciano Marigo, scrittore, offre una sua rilettura dell'opera. Primo di tre articoli

Il volume de Il rischio educativo pubblicato da Rizzoli nel 2006 è la nuova edizione del libretto che fu stampato trent'anni fa da Jaca Book. Il testo di allora, non toccato, comincia dall'attuale pag. 65. Io intendo invece richiamare l'attenzione su un particolare che si trova a pag. 32, nel lungo capitolo che va intitolato "Introduzione". Il che vuol dire che anche per don Giussani avere in mente fin dall'inizio questo "punto di fuga" (immagino che il termine sia usato con riferimento alle regole della rappresentazione prospettica) serve alla corretta lettura del testo.

Ebbene, che cosa leggo di così importante a pag. 32? Don Giussani ha appena citato sedici versi di Leopardi tratti dal canto intitolato Alla sua donna letto da lui per la prima volta in terza ginnasio. In quei versi la vana ricerca della felicità giunta alla definitiva negazione di ogni speranza si conclude tuttavia con un grido di amore: "Se esisti in altri mondi, non in questo, ne ho armai la certezza, o supremo desiderio del cuore" - così dice Leopardi - e questa ipotesi equivale alla disperata negazione - "questo d'ignoto amante inno ricevi".

Giussani ha tredici-quattordici anni e al leggere quei versi è folgorato dalla seguente intuizione: l'infinito oggetto di quel supremo desiderio dell'uomo esiste ed è il punto di fuga di tutto ciò che possiamo pensare; e l'infinita distanza che lo separa da noi e che per sé lo farebbe irraggiungibile è stata colmata il giorno in cui il Verbo si è fatto carne. Il disegno straordinario tracciato nel primo capitolo di Giovanni conquista il cuore del giovinetto Luigi Giussani come la chiave di ogni pensiero pensabile. Tant'è che giunto all'età di ottant'anni riandando a quella scoperta pronuncia questa stupefacente e colossale affermazione: "Questo è stato il momento più decisivo della mia vita culturale".

Questo è il punto dal quale voglio cominciare. Notate bene: non dice "il momento più decisivo della mia personale storia religiosa" oppure "della mia esperienza cristiana" oppure "della mia ricerca teologica". Su cento teologi, non so quanti definirebbero così questa esperienza spirituale. Quella dichiarazione è così colossale che è doveroso scandagliarne la logica. Il processo concettuale di Giussani segue questo percorso.

1) "Se la fede non c'entrasse con la razionalità, la fede non potrebbe c'entrare con la vita, perché la razionalità è il modo di vivere tipico dell'uomo" (p. 28).



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