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SCUOLA/ Feuerstein, non c'è educazione senza felicità

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Reuven Feuerstein (1921-2014) (Immagine d'archivio)  Reuven Feuerstein (1921-2014) (Immagine d'archivio)

Martedì 29 aprile (la notizia è arrivata in Italia solo giorni dopo) si è spento nella sua casa di Gerusalemme Reuven Feuerstein, classe 1921, ebreo rumeno, internato nel 1944 e scampato all'Olocausto grazie a un modo di usare la ragione che passò poi la vita a educare: "Abbi fiducia, perché la speranza c'è" era il suo motto. Se hai fiducia di poterti salvare, allora la tua capacità di osservare si acuisce; i dettagli si stagliano chiaramente nel pensiero; vedi cose, persone, situazioni che altrimenti non avresti visto; metti assieme quei dati in vista di un obiettivo, e poi quando la vita lo permette, arrivi a vedere la via d'uscita, e la tenti, e ne esci libero, sperimentando così che un motivo per sperare esiste. Non solo esiste, ma ti restituisce salva la vita, nonostante il mondo fuori si accanisca, infierisca, tormenti, perseguiti, strazi te e la tua gente.

Poco più che ventenne, a Bucarest Feuerstein insegnava già ai figli dei deportati, e poi in Israele continuò a educare i bambini e i ragazzi sopravvissuti alla persecuzione. Ha dimostrato che per educare ci vuole qualcuno che medi, che si metta in mezzo tra te e la realtà, sapendo farti percorrere tutta la distanza che ti separa da essa; sapendo come aiutarti a entrarvi fino in fondo; sapendo come fartela conoscere (intenzionalità). 

Ha dimostrato che chi impara non può rimanere passivo, ma deve diventare il protagonista del cammino che sta facendo; potrebbe anche modificare profondamente la prospettiva, l'angolo di visuale o di lettura della realtà che riceve, ma proprio il fatto di riceverla lo rende capace di attestarne una propria (reciprocità). 

Ha dimostrato che per educare occorre aiutare a trascendere l'immediatezza, la superficie del dato, con un'intelligenza, con una capacità cioè di vedere le cose fino in fondo, che va molto al di là di quanto riesco a misurare (trascendenza). Se ad esempio – diceva - prima di sedermi a tavola mi lavo le mani; me le lavo in un certo modo, e poi come avviene nella nostra cultura benedico il Re dell'universo prima di iniziare a mangiare, e poi mangio alcuni cibi e non altri, e in un dato ordine in relazione ad eventi che condivido culturalmente con un intero popolo, allora faccio del mangiare un'esperienza che va molto al di là di un fatto di mera sussistenza biologica, e che mi inserisce in un ordine di vita dentro il quale le cose assumono un significato. Questo è precisamente ciò che rende umano quel mangiare - diceva: la possibilità di trascendere la sua immediatezza.



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