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SCUOLA/ 2050, in arrivo la generazione dei figli senza "affetto"

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Cosa fare allora? Se le donne non seguissero la loro, probabilmente ineluttabile, strada, nota d'altro canto Lucchi, sarebbero loro a denunciare patologie psicologiche e sociali: questo stato di cose non può, né deve quindi essere un problema delle donne. Secondo il suo punto di vista, sono invece la società e lo Stato a dover farsi carico del problema: detta così, è difficile trovarsi d'accordo con questa tesi, per la ragione stessa precisata da Lucchi poc'anzi – l'impossibilità di delegare l'affetto materno. I figli non sono dello Stato: ma nemmeno della società, vocabolo troppo generico che come tale rischia di risultare deresponsabilizzante. I figli sono di madri e padri, "donne e uomini" che nella società agiscono, e che possono perciò cambiarla. L'affermazione di Lucchi diventa più condivisibile se la direzione è quella mostrata nella presentazione di Paolo Anselmi, che ha parlato di prime conseguenze dell'avanzata delle donne in termini di una profonda revisione dei tempi e dei modi del vivere e del lavorare. 

L'accoglimento del punto di vista femminile, della profonda differenza tra i generi che – com'è stato ricordato lungo tutto il seminario – rappresenta una ricchezza sociale, deve tradursi in ascolto delle esigenze: non solo di servizi, ma di maggiore flessibilità, di un welfare aziendale che metta in discussione il tabù degli orari, che parta dall'enfasi sul risultato invece che sulla presenza in ufficio, che superi le rigidità organizzative. In questo senso, si può e si deve fare molto: non solo per aiutare le donne a gestire meglio tutti i ruoli che rivestono, ma anche, e soprattutto, per il bene della società tutta, donne e uomini, di oggi – e di domani.



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