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SCUOLA/ Funziona meglio l'esame di terza media o l'esame di maturità?

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Quanto a quest'ultima, poiché è inserita nel regolamento della valutazione, la sua eventuale estromissione avrebbe bisogno di un iter normativo apposito; vale la pena osservare che le prove non sono ridondanti, in italiano hanno a tema la lettura e la grammatica a differenza della prova scritta tradizionale che richiede la produzione di un testo, in matematica non ci possono essere, visto la natura della prova, quesiti che richiedono ad esempio – come invece è nel compito scritto "tradizionale" − di risolvere un problema articolato e di dimostrare la padronanza nell'uso coordinato dei diversi linguaggi come nella stesura della soluzione di un problema geometrico. 

Chiedo in maniera non retorica se non sia il caso di tornare alla valutazione della seconda lingua comunitaria in forma solo orale, privilegiando gli aspetti comunicativi, anche tenendo conto del fatto che per molti ragazzi questa è l'ultima occasione di praticare il francese o lo spagnolo.

Discorso a parte è la formulazione del voto conclusivo. Non si può non associarsi alle critiche che investono questo aspetto: è inaccettabile che il percorso triennale e, a ben vedere, di tutto il primo ciclo, contribuisca al voto conclusivo attraverso il voto di idoneità il cui peso è equivalente a quello di una sola prova scritta. Prendendo a paragone l'esame di maturità, in cui il credito scolastico contribuisce al 25% del voto finale, è auspicabile che il peso del giudizio di idoneità che, come recita la CM 48/2012, "è espresso in decimi, considerando il percorso scolastico complessivo compiuto dall'allievo nella scuola secondaria di primo grado" venga aumentato e in una misura perfino maggiore, ridimensionando il peso delle prove scritte; attualmente esse contribuiscono al voto finale per i 5/7, più del 70%, contro il 45% della maturità. In questo modo si può anche venire incontro alle critiche, alcune delle quali condivisibili, richiamate nell'articolo di Santoli, sulla presenza all'interno dell'esame della prova Invalsi.

Tornando a quel che succede nelle scuole, resta da chiedersi se le prove proposte dalle commissioni riescano a far emergere positivamente il cammino degli allievi: i temi, gli esercizi delle lingue straniere, i quesiti di matematica richiedono davvero un lavoro che ha bisogno − seguendo George Polya − "di un certo grado di indipendenza, di giudizio, di originalità e di creatività" oppure si accontentino che i ragazzi replichino in modo acritico delle procedure. Credo che si giochi in questo la possibilità per un alunno di mettersi effettivamente alla prova e di avere una reale soddisfazione, come dimostra il luccicare negli occhi di chi è sicuro di aver fatto bene alla fine del proprio esame. E gli occhi luccicano più frequentemente di quanto si possa pensare.



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COMMENTI
16/06/2014 - Testimoniare, non predicare (enrico maranzana)

“Non è infrequente registrare una crescente difficoltà da parte dei ragazzi a concepire un impegno che non dia risultato e soddisfazione immediata, se non addirittura il rifiuto davanti ad ogni tipo di fatica, nonché una diminuita capacità di progettazione e realizzazione di un percorso di conoscenza personale”. Se proiettiamo la proposizione critica sui Pof rileviamo: la progettazione educativa, sostanza dell’autonomia scolastica, è pratica sconosciuta; l’assenza di percorsi unitari volti alla promozione delle capacità dei giovani; una concezione di scuola frammentata, che radica sul conoscere, senza visione strategica. Evidente appare l’indisponibilità a assumere i rischi e a sostenere la fatica che ogni cambiamento presuppone. Che senso ha parlare d’esami in questa situazione?