BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

TEMI MATURITA' 2014/ Solo Quasimodo ci salva dai "telepredicatori"

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Salvatore Quasimodo (1901-1968) (Immagine d'archivio)  Salvatore Quasimodo (1901-1968) (Immagine d'archivio)

Forse questo voleva da me la scuola: dirmi che la conoscenza non ha niente di rigoroso. Una canzone di Daniele Silvestri potrebbe essere il suo slogan: «non discutere di ciò che sai, su tutto il resto esprimi sempre un'opinione». Io conoscevo la letteratura, ma qui non ce n'è, anche nel saggio artistico-letterario mi capita quasi per sbaglio di incontrare una sola scrittrice. Ed era la mia prova, quella di italiano. Forse, appunto, non vogliono che io dia retta a ciò che vorrei sapere, alla letteratura, che diventi un critico letterario, ma che diventi un buon predicatore, un buon opinionista. 

Però un poeta c'è, uno solo, alla prima delle sette pagine. Si chiama Quasimodo, e il primo verso mi folgora: «Forse è un segno vero della vita». Poi racconta di «fanciulli» che «danzano», «nel fuoco della luna», della «memoria» che affiora, portandogli il «vento del sud», e portandolo tra i «fanciulli» della sua terra amata lontana, verso cui vorrebbe spingere la luna. Eccolo, «un segno vero della vita», ecco un gesto di «pietà», ecco un momento in cui la vita accade. È la svolta che cercavo: non sono più io a dover pontificare, ma inizio a voler rubare gli occhi di Quasimodo, a guardare se c'è un posto, un momento, in cui la vita accade. La poesia è fatta da chi sa che non bisogna passare dalle parole ai fatti, ma dai fatti alle parole. Tutto il contrario delle prediche. Quasimodo c'è riuscito, e vorrei riuscirci anch'io. Guardando fanciulli che danzano oppure queste tracce. Che rileggo. Ora sì, cercando «un segno vero della vita», e non gli arzigogoli dei miei pensieri inutili. 

Mi accorgo che di segni veri ce ne sono tanti. La citazione di Adorno è una bomba: mi giudica dalla testa ai piedi, quando mi lancia la sfida di «pensare l'altro come un soggetto». Accadendo. E anche la storia del primo donatore di un rene. E il fratellino di Grazia Deledda. Non annego più, ho trovato la barca, ma il ponte è stato Quasimodo: salgo sulla traccia del dono. Ma non per parlare del dono, bensì per accorgermi del dono che c'è lì dentro, del dono che quella traccia è. 

Ecco la mia inaspettata, nuova responsabilità. Sono la periferia diventata città. Evito la violenza di prendermi in giro. Non mi sento più un robot da esami. Posso scrivere una prima prova che non sia «irrelata» come un «fondo di magazzino». Ora che «un segno vero della vita», cioè lo sguardo di Quasimodo, si è rivelato il mio «dono». Nessuna pretesa di cambiare il mondo. Un dono alla commissione sì, forse «senza riceverne in cambio alcunché». Sì, vorrei regalare la vita che accade, in mezzo a questa recita di opinionisti. Chissà se qualcun altro ha avvertito, mentre parlava del dono, la gratitudine per un dono ricevuto, se ha sentito di essere ridonato a se stesso. «Donare se stessi» non è più una frase su cui pontificare. Perché ora un me stesso l'ho scoperto, lo scopro. C'è voluto, tra le chiacchiere della prima prova, «un segno vero della vita». Per accorgermi di questo dono: che la vita ha qualcosa da dire a me, non sono io a dover trovare qualcosa da dire sulla vita.



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.