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SCUOLA/ Esame di stato, la pazienza tradita e i nuovi "ragazzi del '99"

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Ma, a ben vedere, una differenza tra ieri e oggi c'è: l'anticipazione dei test di ammissione all'università ha in parte sottratto senso e, mi vien da dire, "sacralità" all'esame di Maturità. È come quando un alpinista oltrepassa una forcella e arriva al bivacco, lasciandosi la cima alle spalle: l'ultima fatica deve ancora essere fatta, ma in un certo qual modo egli si sente già arrivato, sa che, comunque andrà il giorno seguente, il rifugio sarà lì ad attenderlo.

Infatti non posso negare che, a guardare i miei studenti di quinta, quest'anno noto forse una maggiore rilassatezza, una consapevolezza di sé che raramente ho visto negli anni scorsi: un esame lo hanno già sostenuto, e la risposta che ne hanno ricavato, sia essa stata positiva o negativa, ha permesso comunque loro di conoscersi meglio. Forse è questo il motivo per cui, per la prima volta, mi sembra che gli studenti diano retta ai consigli di stare sereni, di non farsi prendere da ansie inutili, di essere coscienti del fatto che l'esame di Stato, per quanto contenga al suo interno una dose ineliminabile di casualità (la famosa domanda sull'unico autore che non si è ripassato la sera prima!), misura un percorso quinquennale, non certo una singola prestazione.

O forse non è nemmeno questa, la vera ragione della relativa rilassatezza dei miei studenti. Forse non è nemmeno rilassatezza. Forse è rassegnazione. Nell'età che più di ogni altra dovrebbe essere dominata dallo slancio, dalla sfida, dalla scommessa, la nostra società ha instillato la perplessità, il dubbio e la paura nel futuro: suona la campana, ho finito, bene o male, la mia lezione, ora c'è ricreazione. Una studentessa mi chiede un parere sul suo approfondimento per il colloquio, mi fermo e chiacchieriamo qualche minuto, provo a darle qualche dritta. Alla fine le domando cosa farà, dopo. Economia, risponde. Un altro proverà Giurisprudenza, altri ancora Fisica, Matematica, Biologia, Psicologia. Riusciranno a finire? E quando finiranno, la disoccupazione giovanile sarà ancora al 42,5%? Ce la faranno, questi ragazzi pronti a spaccare il mondo, a lasciare il segno nella loro epoca? 

Li conosco da tre anni, siamo partiti dai poeti siciliani e siamo arrivati a Gadda. C'è chi ha sintesi, chi organizza i paragrafi come fossero blocchi di marmo squadrati perfettamente, chi non studia così tanto ma afferra il concetto e si porta a casa la sufficienza, chi studia ma dimentica sempre un apostrofo, chi fa ancora fatica a parlare di fronte ai compagni, chi al contrario dovrebbe essere sedato per restare in silenzio. Penso al mondo che li aspetta fuori, e vorrei aver spiegato meno e chiacchierato di più. Posto che io abbia qualcosa da dire loro, avrei perlomeno potuto capirli meglio, dar loro un po' più di coraggio, perché credo che ne avranno bisogno più di me alla loro età.



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