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SCUOLA/ Esame di stato, la pazienza tradita e i nuovi "ragazzi del '99"

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Sebbene anagraficamente sia collocabile nella fascia di chi soffre la crisi, mi sento un privilegiato di fronte al futuro che attende questi diciannovenni. Quando sono uscito dal liceo, per la mia generazione il meccanismo era chiaro, e così ci veniva presentato, in una sorta di equazione resa vera dalla storia recente del nostro paese: avremmo fatto l'università, ci saremmo laureati, saremmo andati a costituire i futuri "quadri" della società. Avvocati, medici, ingegneri… Ricordo ancora la prima volta che udii un nostro insegnante raccontarci questa storia dei "futuri quadri". Finsi di capire, e finsi di interessarmene: volevo, prima di tutto, finire, uscire di lì; poco mi importava se mi sarebbe, o meno, toccato in sorte di fare il quadro appeso al muro dello Stato. 

Il meccanismo ci pareva oliato, e la macchina pareva dover durare in eterno: chiunque facesse Giurisprudenza diventava avvocato, chiunque facesse Medicina, diventava medico.

Poi le cose sono cambiate: sembra che questa generazione di maturandi sarà la prima a vivere peggio rispetto ai propri genitori. Sarà per via del 2014 e dell'imminente centenario della Grande Guerra, ma a volte mi pare di essere di fronte a dei nuovi ragazzi del '99: mandati allo sbaraglio, inconsci di quanto di preciso sta accadendo, fiduciosi, nonostante tutto, di chi li ha portati fin qui. E, come per i ragazzi del '99, questa generazione rischia di essere cancellata, di non aver peso: di vivere in un precariato esistenziale, di non arrivare a sperimentare la stabilità sociale ed economica necessaria per fondare un progetto di vita. E la colpa non è loro.

Ci sono due giudizi sugli adolescenti che mi fanno drizzare i capelli, e purtroppo in questi dieci anni di insegnamento mi è capitato di sentirli, e nemmeno troppo di rado, anche sulle labbra di altri docenti.

Primo giudizio: Questa generazione ha tutto, di cosa si lamenta? In primo luogo credo che si debba rettificare: non hanno tutto, ma hanno ricevuto tutto, senza possibilità di rifiuto. Molte generazioni hanno avuto modo di combattere la loro guerra contro "il vecchio", di affermare dinamicamente e per antitesi la loro identità contro uno status quo preesistente e da loro considerato sbagliato, o almeno perfettibile. Le ultime generazioni sono state private degli strumenti stessi della rivolta, della rottura. 

La vera dialettica politica del XXI secolo a mio avviso non sarà partitica, ma anagrafica. Il sistema gerontocratico in cui purtroppo viviamo è frutto di una netta sperequazione tra chi, fino a 15 anni fa, ha avuto molto (qualche esempio: pensionamenti anticipati, assunzioni facili, frequente aumento dei salari, accesso al credito semplice…), e chi oggi è costretto a bersi i dolci veleni del passato recente: se infatti da un lato i giovani hanno tutto, dall'altro questo tutto ha un caro prezzo, poiché impedisce loro di costruirsi, anche con rischi e fatiche, una vita autosufficiente. 



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