BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

SCUOLA/ Esame di stato, la pazienza tradita e i nuovi "ragazzi del '99"

Si avvicina il rito di passaggio dell'esame di Stato. Come lo affrontano questi giovani? Le considerazioni di PAOLO MALAGUTI di fronte ai ragazzi che entrano nel mondo della "crisi"

Infophoto Infophoto

Bisognerebbe chiamarlo esame di Stato, ma se provate a girare per le aule e i corridoi sentirete parlare ancora della vecchia Maturità. Sono passati 16 anni da quando è toccata a me: allora il voto era in sessantesimi, la commissione era composta solo da docenti esterni, eccezion fatta per un interno con compiti che all'epoca mi parevano prettamente diplomatici, o assimilabili alle compagnie della buona morte che scortano condannato al patibolo, tentando di alleviargli la pena.

Con gli anni è arrivata la maturità con la commissione interna, e il voto in centesimi; ora il voto è ancora in centesimi, ma la commissione è suddivisa tra di Stato… Insomma: guardando alla storia recente, si direbbe che le cose siano cambiate e continuino a cambiare, e non di poco.

Eppure esiste e resiste una prospettiva, un comune sentire, che nel tempo non si è modificato: la percezione della Maturità come snodo profondo dell'esistenza, come valico esistenziale, come dogana lungo il confine tra un prima e un dopo carichi di significati reali e di valenze simboliche. 

Abbiamo perso, nella società liquida e globale, molti riti di passaggio e di iniziazione. Le feste dei coscritti sopravvivono solo in alcuni paesi di montagna, altrove sono un ricordo di nonni e genitori. L'abolizione della leva obbligatoria ha eliminato il momento (positivo o negativo, ma comunque rilevante) dei "Tre giorni", dell'ingresso nell'età adulta che mia nonna sintetizzava, in barba alla Repubblica, con il detto "Adesso te sì bon anca pal Re!". Ecco: la Maturità è dunque vissuta come uno degli ultimi riti collettivi di maturazione, e in un mondo che cambia rapidamente, e nel quale padri e figli sembrano avere poco o nulla a che spartire, sembra dare sicurezza e senso di appartenenza la consapevolezza che quel momento è stato vissuto, più o meno nella stessa maniera, da fratelli maggiori, zii, genitori.

Proprio la formalizzazione di precise ritualità rispettate negli anni sembra confermare questo ruolo quasi più sociale che educativo dell'esame di Stato: l'attesa delle materie di seconda prova e di colloquio orale; l'attesa dei nomi dei professori che comporranno la commissione; la notte prima della prova scritta di italiano, da molti passata in preghiera come i cavalieri medievali prima dell'investitura; l'estrazione della lettera con cui si inizieranno i colloqui; la spasmodica aspettativa per i tabelloni con i voti. 

Chi ha partecipato ad una Maturità in qualità di docente sa bene, infine, quanto di simbolico e di catartico vi sia, specie in questo periodo di digitalizzazione imperante, nel rito estremo dei sigilli di ceralacca applicati al "pacco" contenente le prove scritte e i verbali dell'esame: quasi un viatico laico, con cui lo Stato imbalsama e seppellisce nella cripta dell'archivio scolastico le tracce estreme degli adolescenti che già non sono più, e che, divenuti adulti, si avviano per diverse strade, finalmente emancipati dal mondo della "scuola".