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SCUOLA/ Esame di stato, la pazienza tradita e i nuovi "ragazzi del '99"

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Bisognerebbe chiamarlo esame di Stato, ma se provate a girare per le aule e i corridoi sentirete parlare ancora della vecchia Maturità. Sono passati 16 anni da quando è toccata a me: allora il voto era in sessantesimi, la commissione era composta solo da docenti esterni, eccezion fatta per un interno con compiti che all'epoca mi parevano prettamente diplomatici, o assimilabili alle compagnie della buona morte che scortano condannato al patibolo, tentando di alleviargli la pena.

Con gli anni è arrivata la maturità con la commissione interna, e il voto in centesimi; ora il voto è ancora in centesimi, ma la commissione è suddivisa tra di Stato… Insomma: guardando alla storia recente, si direbbe che le cose siano cambiate e continuino a cambiare, e non di poco.

Eppure esiste e resiste una prospettiva, un comune sentire, che nel tempo non si è modificato: la percezione della Maturità come snodo profondo dell'esistenza, come valico esistenziale, come dogana lungo il confine tra un prima e un dopo carichi di significati reali e di valenze simboliche. 

Abbiamo perso, nella società liquida e globale, molti riti di passaggio e di iniziazione. Le feste dei coscritti sopravvivono solo in alcuni paesi di montagna, altrove sono un ricordo di nonni e genitori. L'abolizione della leva obbligatoria ha eliminato il momento (positivo o negativo, ma comunque rilevante) dei "Tre giorni", dell'ingresso nell'età adulta che mia nonna sintetizzava, in barba alla Repubblica, con il detto "Adesso te sì bon anca pal Re!". Ecco: la Maturità è dunque vissuta come uno degli ultimi riti collettivi di maturazione, e in un mondo che cambia rapidamente, e nel quale padri e figli sembrano avere poco o nulla a che spartire, sembra dare sicurezza e senso di appartenenza la consapevolezza che quel momento è stato vissuto, più o meno nella stessa maniera, da fratelli maggiori, zii, genitori.

Proprio la formalizzazione di precise ritualità rispettate negli anni sembra confermare questo ruolo quasi più sociale che educativo dell'esame di Stato: l'attesa delle materie di seconda prova e di colloquio orale; l'attesa dei nomi dei professori che comporranno la commissione; la notte prima della prova scritta di italiano, da molti passata in preghiera come i cavalieri medievali prima dell'investitura; l'estrazione della lettera con cui si inizieranno i colloqui; la spasmodica aspettativa per i tabelloni con i voti. 

Chi ha partecipato ad una Maturità in qualità di docente sa bene, infine, quanto di simbolico e di catartico vi sia, specie in questo periodo di digitalizzazione imperante, nel rito estremo dei sigilli di ceralacca applicati al "pacco" contenente le prove scritte e i verbali dell'esame: quasi un viatico laico, con cui lo Stato imbalsama e seppellisce nella cripta dell'archivio scolastico le tracce estreme degli adolescenti che già non sono più, e che, divenuti adulti, si avviano per diverse strade, finalmente emancipati dal mondo della "scuola".



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