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SCUOLA/ Greco o latino, guai a "rottamare" la versione

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Il volto del timoniere di Ulisse, Gruppo della Scilla (I sec. a.C.)  Il volto del timoniere di Ulisse, Gruppo della Scilla (I sec. a.C.)

Se la traduzione era un concetto ben assimilato nella cultura latina, oggi ancor di più essa, dopo gli studi delle discipline sviluppatesi nel corso del Novecento, ha assunto un significato più profondo, conducendo anche a ripensare la sua utilità e la sua valenza nella prassi didattica nell'apprendimento delle lingue classiche.

Leggendo il profilo biografico tracciato da Svetonio, studioso di grammatica, per il beneventano L. Orbilio Pupillo (Gram, 9), diventato celeberrimo fino a noi per essere stato plagosus nei confronti del poeta Orazio, mi sono imbattuto in una curiosa informazione: Orbilio scrisse un'opera dal titolo greco Perialogos (Il grande sciocco, sottointeso genitore), dove raccoglieva le lamentele e le offese dei genitori di certi suoi alunni. E non accade ancora oggi quando i ragazzi prendono un'insufficienza più o meno grave in una traduzione di una versione o vengono rimandati a settembre?

Nelle Indicazioni nazionali degli obiettivi specifici di apprendimento relative al settore disciplinare "Lingua e cultura greca" dei nuovi programmi del liceo classico, lo studente, al termine del percorso di studi, «dovrà aver scoperto la traduzione non come meccanico esercizio di applicazione di regole, ma come strumento di conoscenza di un testo e di un autore, fino a immedesimarsi in un mondo diverso dal proprio e a sentire la sfida di riproporlo in lingua italiana».

La ricerca teorica può offrire validi spunti al docente per far sì che il giovane del terzo millennio possa sentire la gioia della scoperta del mondo antico e del senso ricco che ancora oggi possiamo gustare nella inattualità e/o nella permanenza della "classicità" nel mondo di oggi. Con una buona conoscenza della grammatica greca e latina − si intende − senza dimenticare quella della lingua italiana, al di là del nostro "greco quotidiano", come evoca un titolo di Janni del 1994.

Alla luce della riflessione metodologica, innervata sulla ricerca teorica e corroborata dall'esperienza dei docenti e più vicina alla sensibilità degli adolescenti del terzo millennio, si può considerare la traduzione, a livello ermeneutico, una prassi didattica, un'insostituibile pratica culturale, certamente complessa, nella misura in cui è complessa la ekphrasis caratterizzata da poikilia, di un mondo scomparso che rivive in un universo linguistico-culturale, mostrando la propria misteriosa alterità e reclamando, del tutto legittimamente, l'avvincente esplorazione: è un'operazione cognitiva complicata la traduzione con cui il ragazzo porta un mondo lontano e "altro" in un mondo a lui più vicino e reso ancora più globalizzato e senza limiti dalla tecnologia. Un po' come i calzari alati di Ermes, che simboleggiano la capacità di carpire, ermeneuticamente, le parole alate della lingua greca, senza che la traduzione diventi una banale metagraphe, che potremmo definire una "tranverbalizzazione in italiano detto gergalmente scolastichese".



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