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SCUOLA/ Greco o latino, guai a "rottamare" la versione

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Il volto del timoniere di Ulisse, Gruppo della Scilla (I sec. a.C.)  Il volto del timoniere di Ulisse, Gruppo della Scilla (I sec. a.C.)

A buon diritto, la traduzione può essere considerata un necessario "dispositivo pedagogico di apprendimento" (è l'espressione è di Silvana Rocca), dove però la traduzione scolastica sia ri-contestualizzata in un senso più ampio di quanto sia nella consuetudine quotidiana dei docenti.

Lo dico e lo ribadisco nei seminari di aggiornamento ai colleghi che insegnano greco e latino: tradurre è una quinta abilità, dopo leggere, scrivere, ascoltare e parlare!

In fondo, credo che sia fruttuoso portare avanti anche nella didattica delle lingue classiche il filone inaugurato da Renzo Titone in un volume da titolo paradigmatico: "Il tradurre: dalla psicolinguistica alla glottodidattica" del 1998; e infatti io sono convinto che in qualche modo, nella crisi dell'istruzione classica che stiamo attraversando, un crocevia di sinergia e di innesto tra le didattiche delle lingue classiche e moderne sia necessario, pur nel rispetto delle specificità del greco antico e latino.

Insomma, animati forse da ottimismo, l'augurio, a conclusione di questa riflessione, per l'insegnamento delle lingue classiche nel nostro Paese che gode di lunga e gloriosa tradizione e per i giovani traduttori che si sono cimentati nella prova di greco nell'a.s. 2013-2014, è il seguente (permettendomi di parafrasare una celebre sentenza di Girolamo): non solum verbum e verbo, sed etiam sensum exprimere de sensu.

Una parola, un senso… di un mondo antico, capace, ancora, di comunicarci qualcosa di eterno!



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